lunedì 12 gennaio 2015

Banality Fair

Un post a quattro mani, riflessioni tra Como e Bruxellles.

Non mi è venuto in mente un titolo migliore, leggendo la maggior parte dei discorsi nati in questi giorni, correlati agli eventi di Parigi. Eccomi col mio personale contributo alla fiera delle banalità. Banalità, lo so, sono i punti che sottolineo e rimarco, elencati un po' a caso, non sono riuscita proprio a trattenermi...
Postilla: Meg, da intellettuale qual è,  teme di essere banale perché quello che scrive le sembra dettato semplicemente dal buonsenso. Pensa che sia superfluo rimarcare alcuni punti, perché, diamine, ancora lì siamo? Sì, megghina. Quindi le banalità sono degli altri, perché sono ignoranti nel senso che ignorano, ma peccano di ignoranza attiva, di cui nulla è più terribile, per dirla alla Goethe.  Repetita iuvant, a costo di farne un mantra. Oooooooooohmmm.

Vago per la tivù e mi capita di sentire, da parte di un noto editorialista del Corriere della Sera, pronunciare queste parole: “Se parliamo di terroristi islamici, di islamisti, di fanatici dell’Islam, come si può sostenere che l’Islam non c’entri nulla?”.
La domanda qui sopra sembrerebbe non fare una piega, seguendo il pensiero logico delle prime fasi dell'età evolutiva, quel periodo della vita cioè in cui crediamo ancora in Babbo Natale e nella Fatina dei Dentini, per intenderci.
Banalità numero 1: questo ragionamento è di una superficialità disarmante. Ignora deliberatamente quelle che sono le mille sfaccettature dell'Islam, in quanto religione, così come il milione di sfaccettature politiche e sociali dei contesti all'interno dei quali il fanatismo e il terrorismo di matrice islamica si sono sviluppati e si alimentano.
Una postilla alla Banalità numero 1: non è che perché noi siamo ignoranti e non conosciamo la storia dell'Africa o del Medio Oriente, ci dobbiamo convincere che Africa e Medio Oriente siano due buchi neri senza storia, fermi al Medioevo, dominati da logiche tribali e guidati da fedi sanguinarie (qui il riferimento all'ultima strage firmata Boko Haram è fin troppo facile). Ci sono svariati libri che possono farci capire qualcosa di più. "Postcolonialismo" di Achille Mbembe secondo me va letto.
Aggiungerei la postilla numero 2 alla banalità numero 1: bisogna fermare i clandestini. Perché questi  2 franco algerini, che sicuramente parlano l'arabo peggio di me, per l'italiano medio sono scesi da un barcone. Che siano nati, cresciuti, vissuti e pasciuti nella nostra Europa laica e liberale non ci dice niente, perché è colpa dell'islam, questo grande fratello demoniaco che è insito nel dna di chi viene "da quei paesi là". Noi non sbagliamo un colpo. Le nostre istituzioni sono perfette, il sistema sociale è impeccabile ed è sempre e solo colpa dell'islam. Capire dove nascono queste cellule, perché proliferano, studiare una strategia per combatterle non è affar nostro, perché è colpa dell'islam. Ci pensi l'islam, oppure annientiamo l'islam, a seconda delle correnti di pensiero.

Le citazioni tratte dal Corano, per giustificare quanto sia embedded nel Musulmano medio il desiderio di provocare morte tra gli infedeli, si sprecano. Dimenticando, come scrive Stefano Feltri, che "anche Gesù dice che bisogna tagliare la mano che dà scandalo, ma non è molto appassionante discutere se si tratti di un invito a sacre mutilazioni o di una metafora", e che Banalità numero 2: se estrapolo una frase dal contesto posso utilizzarla per dire tutto e il suo contrario. Oggi pretendiamo, da parte dei rappresentanti delle varie comunità islamiche, spiegazioni, scuse e quant'altro. Però...
Anche Charles Manson ha ucciso nel nome di una religione che si è inventato lui, ma nessuno ha mai avuto dubbi sul fatto che fosse "semplicemente" uno psicopatico, come lo è Breivik, il terrorista norvegese "integralista cristiano". Fa notare anche KareemAbdul-Jabbar sul Time: "quando il Ku Klux Klan incendia una croce nel cortile di una famiglia di neri, ai cristiani non è richiesto di spiegare in che modo queste azioni non sono cristiane".  Perché?
Ma proprio filosoficamente non sono d'accordo con il dissociarsi e il condannare, e nemmeno con il #notinmyname. Capisco che in un periodo di carenza neuronica cosmica come questo, potrebbe essere utile che nel mezzo d'informazione principale (Barbara d'Urso, ovviamente) passassero dichiarazioni e manifestazioni a favore dell'islam moderato, ma anche lì, è sbagliato dal punto di vista semantico. Non esiste l'islam moderato, l'islam è moderato, come qualsiasi altra religione. Anzi, non è nemmeno moderato. C'è chi ci nasce 
e chi lo sceglie, alle volte è solo una contingenza geografica. Ma ecco chi lo spiega meglio. Esiste l'estremismo, il fanatismo, e non vedo perché doversene dissociare. Mi sembra inutile, superfluo, banale.
Faccio un volo pindarico. E' come quando non ho sentito la necessità di incavolarmi all'accusa ai giovani di essere "choosy" da parte della Fornero: so di non esserlo quindi non colgo l'offesa.
Vengo da una regione in cui l'assessore alla cultura ha emesso una circolare perché i presidi obblighino i genitori dei ragazzi musulmani a condannare l'atto di terrorismo. Se non è terrorismo questo! Ma come si può? Dovrei dissociarmi dall'essere nata in una regione che produce tante menti piccole e ignobili?
Come italiana dovrei dissociarmi dalla mafia come prima cosa la mattina appena mi sveglio?

Oppure, e qui scatta la Banalità numero 3: cavalcare l'onda del discorso sui giovani immigrati o figli di immigrati, colpevoli di essere male integrati, ignorando deliberatamente problematiche quali la disoccupazione, o la giustizia sociale. Aspetti sui quali dovremmo invece iniziare a riflettere, seriamente. C'è chi sostiene che siano cresciuti con latte e odio, che siano geneticamente predisposti alla violenza, che dovremmo rimandare "tutti in Marocco".





Questo concetto merita un breve excursus:
Per Marocco ovviamente si intende la grande Nazione dalla quale provengono tutti i Marocchini. Voi pensate di sapere cosa siano i "Marocchini", mi spiace ma in realtà non è così: si tratta di una macrocategoria sociale che comprende persone dalle più varie nazionalità tutte ritenute atte a svolgere il fondamentale ruolo di vu' cumprà sulle italiche spiagge. E' importante saperlo, altrimenti si rischia di incorrere in equivoci.
Ok, va bene, allora su Gabriele Carugati, nome di guerra Arcangelo, cosa vogliamo dire? Che ha avuto un'infanzia difficile, con i genitori leghisti, in provincia di Varese? O c'è un movente religioso dietro la sua partenza per il fronte Ucraino? O forse il vero padre è l'idraulico tunisino del paese, da qui avrebbe origine la sua naturale predisposizione alla violenza?

Un amico mi scrive: "Questi barbari non ritengono la vita un valore, questo complica la possibilità di una loro redenzione ad un'esistenza pacifica su questa terra".
Anche l'Arcangelo qui sopra non è che vada in giro a portare la pace nel mondo, armato fino ai denti. In ogni caso è importante identificare chiaramente a chi ci si riferisce parlando di "questi barbari".
I "Marocchini"? No, ok, è una battuta.
Gli attentatori? Della loro redenzione vi interessa? Banalità numero 4: Nessuno di noi è il Padreterno, la redenzione se la vedono con chi di dovere. Impedire che facciano del male ad altre persone, questo sì è importante, siamo tutti d'accordo. Benissimo. Come mai (lo dice anche Libero, non solo i giornali comunisti) "i servizi segreti algerini avevano allertato il 6 gennaio Parigi di un attacco terrorista imminente", ma questa allerta pare sia stata ignorata dai servizi segreti francesi?

Ce ne sarebbero anche tanti altri in merito, ma se avete voglia, leggete questo articolo di giugno: "Irak: chi Arma l'ISIS e perché gli USA noninterverranno"

Banalità numero 5: insomma, siamo italiani. Siamo il Paese dove uno va a prendere le sigarette e muore crivellato da colpi di mitra perché ha la sfiga di essere omonimo di un boss scissionista. Siamo il Paese dove esistono realtà come lo Zen, il noto quartiere di Palermo. Siamo il Paese che ha ispirato testi come "La Pelle" di Curzio Malaparte, giusto per non dimenticare cosa eravamo fino a qualche anno fa, come ci avevano ridotto la guerra e la fame. Non ai tempi delle Crociate, ma qualche decennio fa. Alla luce di ciò mi chiedo: perché abbiamo sempre voglia di sparare giudizi morali a raffica, dal caldo dei nostri salotti, prendendo per verità incontestabili quelle che ci propinano i media (tra cui anche le simpatiche uscite di Salvini) senza farci domande e soprattutto sentendoci sempre tanto superiori? Sento proprio adesso su La7: "Vai nel loro Paese con una croce e ti fanno un buco di cu** così". E vabbè...

"Alla violenza si risponde nell'immediato con l'espressione di maggior forza per avere la meglio". Banalità numero 6: Il rischio è di bombardare a caso un presunto deposito di armi dell'ISIS, salvo poi "sbagliarsi" e distruggere una scuola. Oppure mi vengono in mente, ad esempio, le torture e gli abusi perpetrati dalla CIA nei confronti dei prigionieri. Crediamo fermamente che tutte le persone torturate se lo meritassero, che comunque sia stato un sacrificio necessario per il bene del pianeta? Le vite di queste persone che valore hanno? Meno di altre? Ah ma allora forse anche per noi la vita non è un valore poi così importante e universale...

In ogni caso #iononsonoinguerra.

Scrive Paola Caridi: "Noi, noi siamo (stati) in guerra contro di loro. Sulla loro terra. Per anni. Nella presunzione di battere il terrorismo internazionale dell’11 settembre e consegnare un modello di democrazia sui fusti dei nostri cannoni. La colpa più grave di questi tempi, però, è che noi europei siamo in guerra con noi stessi, con quegli stessi valori dietro ai quali razzisti e islamofobi si stanno ora nascondendo. Noi siamo in guerra contro i diritti civili, che nei fatti non riconosciamo a tutti coloro che vivono in Europa. Noi siamo in guerra contro la tolleranza, anzi, contro il rispetto che dobbiamo a ogni essere umano. Noi siamo in guerra contro coloro su cui applichiamo con una ipocrisia senza pari il doppio standard: da noi vige la democrazia, voi vi potete tenere i vecchi e nuovi dittatori che a noi fanno comodo. Noi siamo in guerra contro coloro di cui non riconosciamo la sofferenza: i profughi che stanno morendo di freddo in Libano e Siria, i civili ammazzati dagli eserciti statunitense e britannico in Iraq, i migranti morti annegati nel Mediterraneo, i palestinesi tra le macerie (ora alluvionate) di Gaza".

Banalità numero 7: a proposito di ipocrisie... Tra i "potenti del mondo" che hanno sfilato a Parigi anche Bibi Netanyahu. Tralascio il suo CV, comunque chissà cosa ha da dire sul 22 luglio 1987, quando su un marciapiede di Londra veniva ucciso Naji al-Ali, disegnatore e vignettista palestinese che usava i suoi disegni come strumento di lotta politica nell'ambito della questione palestinese. 
Vi invito a riflettere sul fatto: Netanyahu in prima fila ad una marcia di pace. Il mondo è strano.



Non posso non tirar fuori anche la Banalità numero 8 sulla libertà di stampa, ma giuro che è l'ultima. Fanno un po' sorridere le prese di posizione "senza se e senza ma" a favore della libertà di stampa da parte nostra, che considerata la classifica mondiale siamo al 49° posto, dopo Haiti e Niger. Leggo su 1000 bolle blog e mi trovo d'accordo: "In Italia, nei mesi passati, quando si sono sollevate questioni spinose riguardanti la libertà d’espressione a casa nostra (penso al film La trattativa continua di Sabina Guzzanti, al caso dei cani impiccati a Telejato) nessuno si é preoccupato di difendere il diritto di dire la verità, di cercare di togliere il nostro paese dal Medioevo morale e civile nel quale è piombato negli ultimi vent’anni".
Esatto. I #jesuischarlie de noantri sono quelli che non hanno battuto ciglio quando Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Sabina Guzzanti sono stati marchiati a fuoco dalla mano della democrazia libera, della libertà di stampa che tanto strenuamente difendono.
Il sopracitato Salvini inneggia alla libertà quando una delle sue attività principale nella sua pagina Facebook è bannare chi osa contraddire le sue sparate.




E a questo punto forse ne ho dette anche troppe.
Ma anche no.

mercoledì 15 ottobre 2014

Piacere, mi chiamo Mustafà. Vuol dire Stefano in italiano

Aspetti tristemente il volo di ritorno, e, per non congelarti sotto lo split dell'aria condizionata, ti infili in un negozietto.
No, non al Duty Free, in un bugigattolo di 3 metri per 2 con una quantità di paccottiglia made in China che manco a Shanghai. Hai voglia di spendere qualche euro e cerchi disperatamente con lo sguardo l'oggetto meno kitsch, quando ti scappa una battuta in dialetto veneto: "chissà quanto ch'el spara"

"Noialtri no sparemo"

Ti volti e vedi la tipica faccia solare e sorridente di un nubiano che ti dice "ostregheta, mi so el moro de venessia" e così continua a comporre frasi che tu, cresciuta in una famiglia parlante italiano, ti vergogni di non saper pronunciare.

El  moreto ti spiega che no, non è mai stato in Italia. In realtà non è mai uscito dall'Egitto e ha imparato tutto stando nel bugigattolo di paccottiglia dell'aeroporto. Parla chiaramente anche milanese, napoletano, romanesco e tutti gli altri dialetti italiani, oltre al nubiano, l'arabo, l'inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco e credo anche il russo e il ceco.

Poi si presenta, gli stiamo simpatiche, si capisce da come mi dice "te sì fora come un balcon" e se ne esce con un "Piacere, mi chiamo Mustafà. Vuol dire Stefano in italiano" *.

E lì mi cala la tristezza.

Perché Mustafà, che in egiziano si pronuncia Mustafa con l'accento sulla prima a, ha imparato una decina di lingue per guadagnarsi da vivere, ma l'italiano in vacanza non riesce nemmeno a pronunciare correttamente i nomi dei suoi interlocutori locali. Pochi, di solito, perché l'italiano spesso sceglie villaggi con animazione italiana, separata da quella  "internazionale". No, dico, pure l'acquagym si svolge in 2 piscine: una per gli italiani, una per tutto il resto degli ospiti (tedeschi, russi, cechi, olandesi, egiziani, etc.).

Così Mustafa diventa Mustafà, "perché così è più facile", Maha diventa Maya, Yasmin diventa Jasmin (da pronunciare Giasmin, da reminiscenze disneyane), Ahmed diventa Amedeo, Adel sarà Adelino e Mohamed, il nome proprio più diffuso in Egitto, si trasforma nei più svariati Mario, Alessandro, Francesco.

Tutto per compiacere il turista italico, che non vorrai mica si sforzasse troppo. Nemmeno più i soldi gli fanno cambiare, perché tutti i prezzi sono in euro. Quando gli si chiede il prezzo in lire egiziane vanno in crisi e prendono la calcolatrice. Però ti ringraziano, perché per loro è più facile. E un po' se ne approfittano, ingigantendo il cambio.

Stiamo parlando dello stesso italiano che si lamenta se lo spaghetto è scotto o che mangia per 7 giorni riso bianco con il limone per paura della diarrea. Che appena sente parlare di Mohamed Ali Pasha, sultano ottomano considerato il padre fondatore dell'Egitto, interviene con un puntuale "ah, pensavo il pugile".
Proprio di quell'italiano che al buffet costruisce due piramidi di pasticcini su due piatti di portata e li lascia quasi tutti lì, sul tavolo, a sbeffeggiare i camerieri che fanno doppi turni per mantenere la famiglia.
Lui, che non vuole uscire dal villaggio perché altrimenti gli sparano. Lei, che in gita con la guida non si avvicina nemmeno a un negozio perché teme la stuprino.

Ma gli egiziani ci amano. Tanto. Li ringrazio, ma sinceramente non li capisco.


Una band nubiana moderna che porta la tradizione in giro per il mondo

* P.S. Mustafa non vuol dire Stefano, in italiano
 



venerdì 19 settembre 2014

Buonista: il nuovo insulto

Sotto tutti gli articoli che parlano degli sbarchi dei profughi o dei problemi logistici ad essi legati leggo odio. Puro, semplice, gratuito. Fine a se stesso e non giustificato.
Mi sorge una domanda esistenziale. 

È tutto vero o è la forza dello pseudo anonimato di internet a farlo sbocciare?
Provate a entrare nei profili di chi propaga odio: di solito sono grandi amanti degli animali. Metterebbero nei forni interi Cie, ma lottano fino allo stremo per salvare un coniglio già in fin di vita.
La connessione ancora non l'ho capita e quello che capisco ancor meno è perché scegliere un solo animale a favore di centinaia di esseri umani. Io salverei tutti, potendo. 
Ok, lo ammetto. Mi sembra più meritevole il salvataggio di centinaia di profughi anziché la mobilitazione per un singolo animale, ma ognuno ha i suoi limiti. 
Non sono più intelligente di loro (beh, forse un po'), e, come loro, non ho la soluzione al problema. Sono umana, però, e compassionevole nei confronti degli esseri viventi. Tutti. Ok, escludiamo le zanzare.

Mi sembra di vivere perennemente in un reality, dove per sopravvivere bisogna eliminare un altro. Se salvo uno non posso risparmiare anche l'altro. L'altro deve pagare, e la sua sconfitta è onore e gloria per il salvato e il salvatore.




Quando mi parte l'embolo e decido di lottare contro i mulini a vento, mi mandano in Africa insieme a tutti i miei amici buonisti.
Se si parlava dei posti letto dedicati ai richiedenti asilo in una cittadina di provincia, mi si chiede perché non penso agli italiani che si tolgono la vita per la bancarotta. Ecco. Di solito mi ritiro, a questo punto. Non discutere mai con un idiota, ti fa scendere al suo livello e di solito ti batte con l'esperienza. Lo so, avevo detto di non essere più intelligente di loro. Bugiarda.

"Meglio razzisti che buonisti del cazzo"

È il nuovo leitmotiv ad ogni obiezione. Accompagnato all'accusa di ipocrisia.
Si augurano la morte dei negri di merda, convinti di essere nel giusto.
Se in tutta calma e serenità gli si prova a dire che dovrebbero vergognarsi a dire certe cose e sicuramente non sarebbero molto felici se qualcuno si augurasse la loro, di morte, via di improperi a braccio.



L'insulto non insulto che va per la maggiore è "buonista", o più enfaticamente "buonista del cazzo".
Ora, io non sono famosa nel mio entourage per essere "buona", né tantomeno "buonista". E mi guardo bene dall'apparire tale. Anzi, sono piuttosto intollerante. Acida. A tratti arrogante. Nei confronti di situazioni, atteggiamenti, persone brutte dentro e dal cervello piccolo. Sono sicura che all'interno di un barcone con 200 
profughi ne troverei simpatici 10, ma non vedo perché dovrei consegnare agli abissi gli altri 190.
Così come salverei da morte certa anche chi invoca il ritorno di Mussolini o la reistituzione dei forni crematori. A patto che stessero zitti durante l'operazione di salvataggio, of course.

Non è buonismo, è umanità, è senso civico, è semplicemente utilizzare un paio di neuroni in più nel cervello.
Perbacco, avete fatto incazzare pure Fazio!



domenica 7 settembre 2014

Quando una ragazza cammina da sola al Cairo

Ogni tanto (giustamente) si ritorna sul problema delle molestie sessuali in Egitto.

Tra le altre cose, è stato fatto in modo magistrale nel film Cairo 678.

Ora una ragazza americana di origini egiziane fa un video sull'insicurezza che si prova in una semplice camminata al crepuscolo su uno dei ponti principali del Cairo.


Mi fa un po' ridere il fatto che non si senta sicura.

Kasr el Nil collega il cuore della città, l'ormai celeberrima piazza Tahrir, con l'isola di Zamalek, uno dei quartieri più posh della metropoli.

Oltre ai ragazzini che vengono filmati (e scelti con sapienti tagli), la ragazza sicuramente incontra venditori ambulanti, famiglie che passeggiano e coppiette che tubano. Se fosse notte fonda in un vicolo di un quartiere malfamato ok, mi sentirei insicura pure io (anche se è raro che a una straniera capiti più di una mano morta - anche se assolutamente non giustificabile, ovvio), ma lì, all'ora del tramonto, che per l'Egitto è l'ora di punta visto che fa un po' meno caldo... ma dai.

Quegli sguardi sono sguardi che ogni ragazza, e ancor di più se occidentale, riceve quando cammina. Fanno sentire in imbarazzo, fanno innervosire, ma, personalmente, non mi fanno sentire insicura.
Mi ricordo quando al liceo odiavo i militari: non si poteva passeggiare tranquillamente per il centro senza che sguardi lascivi  o apprezzamenti più o meno galanti ti facessero sentire una vacca al mercato agricolo.
O gli sguardi lascivi ricevuti a Colombo. Per non parlare di quelli in spiaggia a Gaeta.

La ragazza è americana, e sicuramente negli Stati Uniti nessuno ti guarda in quel modo, quindi si può sentire aggredita, o invasa, non lo metto in dubbio. Mi è anche venuto in mente che possa trattarsi di quello che gli inglesi chiamano "humblebrag", che potremmo tradurre come "falsa modestia", anche se non ne coglie tutta la sfumatura. Ma non voglio fare la solita acidona.

Aggiungo, inoltre, che in quei paesi ti guardano così anche le donne (se non peggio. Tutti gli amuleti antimalocchio che mi sono stati regalati sono per proteggermi dalle donne. Lo so). Sono tutti curiosi come delle scimmie e vogliono sapere da dove vieni, cosa fai, guardare come ti vesti etc.

In Egitto il problema delle molestie sessuali è piuttosto diffuso, e la ragazza, probabilmente, voleva fare la sua denuncia. A me fa solo ridere. Poteva impegnarsi di più. Fossero quelli i problemi del Cairo sarebbe una città all'avanguardia.

Si tratta di una società repressa in cui spesso il sesso viene dopo il matrimonio, che con la crisi viene rimandato sempre più frequentemente verso i trent'anni. Nel contempo, sono bombardati da immagini sessuali a manetta: nonostante la dittatura, la censura del porno è pressoché inesistente. Aggiungi un temperamento focoso, la scarsa alfabetizzazione, la mancanza di controllo delle nascite, e il gioco è fatto.

C'è molto lavoro da fare a partire dall'interno della società, e un video del genere non fa che denigrare una fascia sociale che magari è totalmente innocua: ragazzi a malapena ventenni, della Cairo "bene" che sono usciti a fare le vasche per cuccare.

Perciò, no, grazie, non lo ritengo utile per la lotta alla causa.


martedì 22 luglio 2014

Borse e occhiaie: sdoganiamole una volta per tutte!



Scelgo spesso l'occhio di Horus come avatar. 
Legami egiziani a parte, trovo che mi rappresenti abbastanza: sopracciglio importante, occhio truce e/o assonnato,  occhiaia evidente valorizzata da un virtuosismo grafico (la fantasia non ha limiti).

Perché a una certa età è meglio liberarsi dei complessi, anche i più duri a morire, e sfoggiarli, anzi.

Ora, che io consideri sfoggiabili le mie due borse/occhiaie è un altro paio di maniche, ma questo scritto vuole essere catartico, quindi ci provo.

Mi sono impegnata a voler loro bene. In tempi non sospetti (leggi gioventù), in cui "saltavo i fossi par lungo" (cit.) e la figaggine era all'ordine del giorno, non appena mi toglievo gli occhiali suscitavo reazioni tipo: "miiiii, ma come sei sciupata! Hai dormito? Sei stanca? Stai male?????"

E io che, invece, sentendomi all'apoteosi dell'occhio ammaliatore, pensavo di mietere vittime. Infatti, seminavo terrore, per continuare con la metafora agreste.

Gli occhiali sono quindi diventati la mia coperta di Linus, non tanto perché coprano la borsa/occhiaia (ok, è troppo lungo, la ribattezzo borsaia), perché, a ben vedere, la incorniciano ben bene, ma perché distolgono l'attenzione dallo scempio, creano una barriera, che ne so, fatto sta che si notano di meno.

Per tutta una serie di motivazioni ben più auliche delle borsaie sono una alla quale l'opinione della gente interessa ben poco, quindi non è tanto quello che mi disturba. È che sono avara di parole e poco avvezza ai commenti indelicati, ma soprattutto, sono ossessionata dall'immagine che vedo allo specchio.

Lasciamo perdere il naso con la gobba, l'accenno di doppio mento, il melasma che mi fa sembrare un camionista baffuto ogni volta che penso sia nuvolo e non metto la protezione solare, l'asimmetria marcata che rende ogni selfie un'impresa (e son problemi!), sono le borsaie il mio cruccio. Non le sopporto, non le considero parte di me, mi sembrano un corpo estraneo.

Siamo all'anticamera della blefaroplastica,  insomma.

E invece no! Sdoganiamo queste borsaie e portiamole con fierezza! (l'importante è essere convinti, n.d.a.)

Non senza provare tutti i mezzi di copertura possibili immaginabili. Nota bene, dico copertura e non coprenza perché la coprenza non esiste! È tutto frutto delle menti bacate di chi le borsaie non le ha!

Dall'intruglio più economico a quello più costoso, con o senza siliconi, parabeni, filtri, malta, stucco e ghisa, non c'è niente da fare. Loro ci sono, imponenti e imperiose, ad avere la meglio. Se non addirittura evidenziate da qualche malcapitato pseudo-correttore, spuntano inesorabili a fare bella mostra di sé. Sempre se non creano un pastone non meglio identificato tra il cremoso e il polveroso evidenziando rughette che (ancora) non esistono.

Le beauty blogger hanno un bello scrivere nel consigliare impacchi col ghiaccio, camomilla, tè, cucchiaino raffreddato in congelatore (con la mia fortuna mi estirperei uno strato di pelle). Tutto ciò da fare rigorosamente la mattina prima di truccarsi con 27 prodotti diversi per: correggere il nero con correttore 1, uniformare al colorito del viso e/o fondotinta con correttore 2, contrastare l'effetto ottico dell'incavo generato dalla borsa con correttore 3 e poi fissare il tutto con una cipria impalpabile. Gli altri 23 prodotti per completare il resto del viso, of course.

Certo: ammesso che io abbia voglia di alzarmi sette ore prima l'orario consono per fare tutti questi trattamenti,  non raggiungerò mai la maestria che mi consenta di avere un aspetto sano e fresco sotto strati di melma.

Dopo tutti questi vaneggiamenti, non sento nessuna catarsi, e penso che di Anna Magnani ce ne sia stata solo una.

Continuerò imperterrita a cercare il mio correttore perfetto, o perlomeno, il meno peggio. O a sfoderare la mia coperta di Linus.