sabato 12 novembre 2011

Tahrir 2 mesi dopo

 Ho sempre rimandato il racconto della mia esperienza a Tahrir del 9 Settembre 2011 perché non mi piace scrivere sull'onda delle emozioni. O meglio, mi viene meglio scrivere sull'onda di emozioni negative.
Se fossi stata una pittrice sarei stata un'espressionista, senza dubbio. All'esame di terza media ho sconvolto i miei prof. che mi avevano sempre data per un'impressionista. Sè, sè.

L'urlo di Munch, 1893
Divagazioni a parte, mi sembra fuori luogo fare quasi due mesi dopo il resoconto di quello che ho visto, sentito e immortalato. Sembra retorico continuare ad affermare che la manifestazione era totalmente laica, che non ho visto più barbuti del solito, che di copti ce n'erano in abbondanza, che uno degli slogan più scanditi era: "cristiani, musulmani: una mano sola".
Che senso avrebbe raccontare che dopo la preghiera del venerdi' hanno fatto un canto sacro cristiano? Che durante la stessa preghiera del venerdi' davanti ad alcuni musulmani c'erano copti che ascoltavano l'imam? Che allahu akbar veniva gridato da tutti insieme perché non è un inno terrorista, ma semplicemente la traduzione in arabo di Dio è grande?


Mi annoio da sola.
Di seguito un po' di foto senza commenti.


















Poi mi viene anche un po' la nausea quando vedo certi commenti su Facebook che sembrano godere di una sottospecie di lotta religiosa che in Egitto non è mai esistita, se non sottoforma di Fitna o di atavici odi tribali. Sissi', ci sono ancora le tribù, che sono preislamiche, e sono anche forse più importanti della scelta confessionale. Ma l'antropologa non sono io, c'è Meg che ne sa a pacchi su questo tema.

Non è un mistero cosa pensi sulla comunità italiana residente a Sharm el Sheikh (restando diplomatica posso dire che non ha la minima intenzione di integrarsi né di conoscere la cultura del paese ospitante) e non sono nemmeno mai stata una fan degli egiziani presenti in loco ("corrotti" dal turismo, in tutte le accezioni possibili e immaginabili).
Se prima della rivoluzione le due comunità convivevano piuttosto pacificamente, a volte in modo parallelo, a volte mescolandosi commercial-amorosamente, ora le trovo più distanti che mai, sebbene accumunate dalla crisi del business: laddove gli egiziani, improvvisamente con una riduzione drastica del lavoro, si rifugiano nella religione in toni piuttosto accesi, gli italiani, mossi dallo stesso motivo, si trincerano nella loro superiorità razziale.

La stessa cosa che succede in Italia, insomma.


Che noia e che nausea. E che terrore.