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martedì 24 febbraio 2015

Hennanight goes to Turkey


Mi aspettavo una Cairo europeizzante. Ma, all’arrivo, la fila per il taxi fuori dall’aeroporto era più che mai ordinata e con relativo ed efficiente coordinatore. Autostrada grande e bella, fabbriche e uffici ultramoderni ai lati. 

Ma come? E l’atmosfera orientale dov’è? Questa è Europa nuda e cruda!

Subito smentita dalle schivanee (andatura a zig zag, nella mia lingua padre) allucinanti e ballerine (nel senso che ballava alle canzoni electro-bellydanceggianti della radio) del tassista. Sorpassi a destra, sinistra, sopra e sotto, l’importante è arrivare a destinazione nel più breve tempo possibile. Mannaggia a me che non ho comprato l’amuleto occhieggiante già in aeroporto. Faccio gli scongiuri in tutte le lingue e religioni che conosco. Ogni tanto chiudo anche gli occhi, meglio non vedere.


Arrivo in hotel, è un super hotel e non c’è niente da dire, con questa atmosfera tra la tradizione e il design che tanto mi piace. Ok, lasciatemi pure là.


Stanza con vista: Ponte del Bosforo

Istanbul è una città che va scoperta, le aspettative sono sempre sbagliate. Piano piano ti entra dentro e lì rimane. Non è Europa, non è Asia, non è Oriente.


Ponte di Galata e Moschea Yeni

Ho sbagliato, mi aspettavo una Cairo più lussuosa, dicevo. Ma non c’entra niente. Perché proprio Il Cairo? Perché, pure essendo una metropoli difficilissima, la amo e dove ti giri c’è sempre qualcosa di ottomano, quindi nella mia superficialità di non lettrice a priori, ma a posteriori (preferisco farmi sorprendere, non mi preparo mai un viaggio nei dettagli), pensavo le similitudini balzassero agli occhi.
No, questa è una città pulita, orgogliosa, superba. Accogliente nei suoi siti turistici e nei suoi ristoranti come negli atteggiamenti delle persone.



Un incontro di culture, lingue, paesaggi, perfino. Asia ed Europa in un colpo d’occhio. Un mix di religioni molto intrigante nel museo di Hagia Sophia, una chiesa poi diventata moschea e oggi museo, così come in strada, dove l’ateismo si mischia con l’ortodossia in modo naturale e indolore.


Hagia Sophia

Hagia Sophia

Hagia Sophia

Non mi soffermo nemmeno a descrivere quanto bene si mangia, anche nella più impensabile bettola. Il  piacere che si prova ad entrare in un souq... no, pardon, bazar, dove nessuno ti strattona per un braccio né ti manda a quel paese se tiri dritto. La frustrazione, in gita in traghetto sul Bosforo,  nel rendersi conto che in 3 giorni si è visto un centesimo di quello che la città offre. Il divertimento nell'incontrare un tassista iper-scaltro che per evitare le immancabili congestioni dell’ora di punta ci fa scoprire una miriade di nuovi quartieri che muori dalla voglia di poter visitare.


Panini al pesce - Eminönü

Bazar egiziano (e ti pareva), o  bazar delle spezie

Chay e baklava al Grand Bazar

Da turista neofita, non potevo non visitare la celeberrima Sultanhamet Camii, meglio conosciuta come Moschea Blu e il famoso palazzo Topkapi. Entrambi valgono la lunga, lunghissima fila, tipica del weekend o dell'alta stagione.
Vale la pena anche pagare il biglietto d'ingresso separato per l'Harem [e qui faccio fatica ad accettare l'apostrofo, visto che la h è aspirata, ma l'italiano me lo impone. Divagazione linguistica] per soddisfare tutte le nostre immagini orientalistiche (veli, odalische, danze del ventre, orgette più o meno osé) o alimentare le nostre idee femministe (donne recluse, controllate da eunuchi, usate dal principe/sultano padrone, comandate dalla regina madre superiora). Oppure per ammirare lo stile architettonico e decorativo dell'epoca. Immenso.

Sultanahmet Camii

Sultanahmet Camii

Harem,  Paalazzo Topkapi

Concludo con la prima e ultima tappa. La Cisterna Basilica, creata da Giustiniano nel 532 come riserva d'acqua per il palazzo Topkapi, e un caffè che campeggia sul desktop dei computer di tutti i miei compagni di viaggio.

Cisterna basilica



domenica 7 settembre 2014

Quando una ragazza cammina da sola al Cairo

Ogni tanto (giustamente) si ritorna sul problema delle molestie sessuali in Egitto.

Tra le altre cose, è stato fatto in modo magistrale nel film Cairo 678.

Ora una ragazza americana di origini egiziane fa un video sull'insicurezza che si prova in una semplice camminata al crepuscolo su uno dei ponti principali del Cairo.


Mi fa un po' ridere il fatto che non si senta sicura.

Kasr el Nil collega il cuore della città, l'ormai celeberrima piazza Tahrir, con l'isola di Zamalek, uno dei quartieri più posh della metropoli.

Oltre ai ragazzini che vengono filmati (e scelti con sapienti tagli), la ragazza sicuramente incontra venditori ambulanti, famiglie che passeggiano e coppiette che tubano. Se fosse notte fonda in un vicolo di un quartiere malfamato ok, mi sentirei insicura pure io (anche se è raro che a una straniera capiti più di una mano morta - anche se assolutamente non giustificabile, ovvio), ma lì, all'ora del tramonto, che per l'Egitto è l'ora di punta visto che fa un po' meno caldo... ma dai.

Quegli sguardi sono sguardi che ogni ragazza, e ancor di più se occidentale, riceve quando cammina. Fanno sentire in imbarazzo, fanno innervosire, ma, personalmente, non mi fanno sentire insicura.
Mi ricordo quando al liceo odiavo i militari: non si poteva passeggiare tranquillamente per il centro senza che sguardi lascivi  o apprezzamenti più o meno galanti ti facessero sentire una vacca al mercato agricolo.
O gli sguardi lascivi ricevuti a Colombo. Per non parlare di quelli in spiaggia a Gaeta.

La ragazza è americana, e sicuramente negli Stati Uniti nessuno ti guarda in quel modo, quindi si può sentire aggredita, o invasa, non lo metto in dubbio. Mi è anche venuto in mente che possa trattarsi di quello che gli inglesi chiamano "humblebrag", che potremmo tradurre come "falsa modestia", anche se non ne coglie tutta la sfumatura. Ma non voglio fare la solita acidona.

Aggiungo, inoltre, che in quei paesi ti guardano così anche le donne (se non peggio. Tutti gli amuleti antimalocchio che mi sono stati regalati sono per proteggermi dalle donne. Lo so). Sono tutti curiosi come delle scimmie e vogliono sapere da dove vieni, cosa fai, guardare come ti vesti etc.

In Egitto il problema delle molestie sessuali è piuttosto diffuso, e la ragazza, probabilmente, voleva fare la sua denuncia. A me fa solo ridere. Poteva impegnarsi di più. Fossero quelli i problemi del Cairo sarebbe una città all'avanguardia.

Si tratta di una società repressa in cui spesso il sesso viene dopo il matrimonio, che con la crisi viene rimandato sempre più frequentemente verso i trent'anni. Nel contempo, sono bombardati da immagini sessuali a manetta: nonostante la dittatura, la censura del porno è pressoché inesistente. Aggiungi un temperamento focoso, la scarsa alfabetizzazione, la mancanza di controllo delle nascite, e il gioco è fatto.

C'è molto lavoro da fare a partire dall'interno della società, e un video del genere non fa che denigrare una fascia sociale che magari è totalmente innocua: ragazzi a malapena ventenni, della Cairo "bene" che sono usciti a fare le vasche per cuccare.

Perciò, no, grazie, non lo ritengo utile per la lotta alla causa.


domenica 20 maggio 2012

ولما بتبعد انا بتونس بيك

Un veloce post perché lo scorso giovedì si è spenta una delle mie voci preferite, e non mi riferisco a Donna Summer.

E' morta Warda, al Cairo, all'età di 73 anni. 

Le emozioni le lascio esprimere ai suoi brani, tanti. Qui ne inserisco solo due, tra quelli a me più cari. 
Per chi la conoscesse poco qui sotto riporto qualche informazione che, per velocità (in questo periodo sono più nomade del solito, costantemente in debito di tempo e ossigeno...), copio e incollo dalla rete:
"adulée pour sa puissante voix et ses chansons d’amour, la chanteuse Warda al-Jazaïria, est décédée jeudi d’une crise cardiaque à son domicile du Caire. La «Rose algérienne» était connue dans tout le monde arabe pour ses chansons patriotiques durant la guerre d’Algérie. Née à Puteaux en 1939, de père algérien et de mère libanaise, Warda commence sa carrière à Paris dans un établissement appartenant à son père. Elle reprend alors les chansons des plus grands, Oum Koulsoum, Mohamed Abdelwahab et Abdelhalim Hafez. C’est ensuite seulement qu’elle interprète des airs composés par Sadeq Thuraya, son mentor tunisien. Connue dans le monde arabe pour ses chansons patriotiques durant la guerre d’Algérie, Warda doit quitter la France en 1958. Elle se réfugie à Rabat, puis à Beyrouth, et commence à travailler en Egypte. Elle y collabore avec des grands de la musique, comme Abdelwahab. Après l’indépendance de l’Algérie, elle retourne au pays et se marie en 1962. Mauvaise idée! Son époux l’interdit de travail. Ce n’est qu’en 1972 qu’elle reviendra au micro, sur l’intervention expresse du président Boumedienne. Peu après, Warda s’installe définitivement en Egypte, où elle interprète quelques-unes de ses chansons les plus connues et joue dans plusieurs films. Elle atteint l’apogée de sa carrière après sa rencontre avec Baligh Hamdi, compositeur de renommée, qui devient son époux. Warda a alors d’innombrables d’admirateurs. Avec plus de 300 chansons, cette diva de la chanson d’amour a logiquement vendu plusieurs dizaines de millions d’albums. Son apothéose sur scène remonte à 2009, alors qu’elle a 70 ans. Un concert à Rabat réunit plusieurs dizaines de milliers d’auditeurs". 

giovedì 15 dicembre 2011

Cairo 678


Venerdi' 9 Dicembre era il giorno dei Diritti Umani 2011.
Le Nazioni Unite, l'Unione Europea, il Festival del Film e il Forum Internazionale sui Diritti Umani lo festeggiavano con la première belga di un film di Mohamed Diab, Cairo 678.

Io c'ero (una volta tanto) e consiglio veramente a tutti la visione di questo film. Agli egiziani per una bella panoramica su che cosa vuol dire essere donna e smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia in questioni per lo più considerate tabù o, meglio, catalogate nell'infinita lista del "non ne parlo quindi non esiste"; agli "occidentali" per rendersi conto di quanto coraggio e spinta innovativa ci siano in una società frequentemente ritenuta arretrata e non pronta per i valori della democrazia (sic).


Il film parla di molestie sessuali.

E' la prima opera cinematografica di un (bel!) ragazzo che non ha paura di occuparsi di donne in una società dove la donna è troppo spesso considerata un oggetto. Né più né meno che nella nostra, di società, solo in modo diverso. "Il film è talmente delicato e al tempo stesso potente che sembra fatto da una donna. Ed è un complimento" dice l'intervistatore a Mohamed Diab, che risponde "grazie, non potevo riceverne uno migliore".

E' la storia di tre donne unite dal comunissimo destino della mano morta, del commento pesante, dell'appoggio, della palpatina (veniali, no, per noi italiani? siamo abituati a sentirne parlare dai primi ministri nelle conferenze stampa internazionali), delle telefonate, dello stalking, dell'esibizionismo, del mobbing, dell'aggressione più violenta, dello stupro.


Non vi racconto nulla del film, ma posso dire che fa sorridere, commuovere, arrabbiare, applaudire. Si respirano il Cairo bene e il Cairo più popolano, la sua polvere, il caldo, la sovrappopolazione, i rapporti uomo-donna, più vicini ai canoni occidentali che mai; le speranze dei giovani, le preoccupazioni dei genitori, la noia, l'indifferenza, le frustrazioni.


E' uscito nelle sale un mese prima del 25 Gennaio 2011, il giorno in cui è iniziata la Rivoluzione, e ne puo' essere facilmente la sua bandiera. E' crollata una delle tante barriere e non ci sono salafiti che tengano, gli egiziani e le egiziane hanno alzato la testa.
In Egitto si stima che l'83% delle donne egiziane e il 98% delle straniere abbia subito molestie sessuali. Io non faccio eccezione. Ho parlato e preso provvedimenti, tirato giù santi e anche madonne, ottenuto il licenziamento del colpevole dal suo posto di lavoro. Come conseguenza, ho anche trovato l'amore, ma questa è un'altra storia .
Per me è stato normale comportarmi cosi', per le egiziane (cosi' come per molte sudamericane, indiane etc.), magari, no.
Tant'è vero che Noha Rushdy è stata la prima a denunciare una molestia sessuale nel 2008, non senza subire ulteriori soprusi, emarginazione, controdenunce. Il film parla anche di lei.

C'è una bellissima iniziativa, rappresentata nel dibattito successivo alla proiezione da Engy Ghozlan, che si chiama Harassmap: c
ome dice il nome, il progetto prevede l'aggiornamento in tempo reale di una mappa che raffigura i luoghi dove avvengono gli episodi di molestie sessuali in tutto il paese, ma principalmente al Cairo. Si basa sulle segnalazioni delle molestie inviate via Sms, Twitter, Facebook o direttamente nel sito da parte delle dirette interessate, che vengono poi pubblicate con data, luogo e descrizione di quanto accaduto.
Nei commenti che ho letto al riguardo nella stampa italiana, ho trovato un sottile scetticismo derivante dalla convinzione che i solidi trogloditi egiziani non dovrebbero avere facile accesso alla tecnologia. Bella battuta! Anche nella campagna più sperduta, dove il mezzo di trasporto è ancora l'asino (sì!) ognuno, donne comprese (sì!) possiede almeno 2 telefoni cellulari.


Come ha detto Mohamed Diab dopo il film, la rivoluzione è ancora e più che mai in corso. Elezioni o meno.

lunedì 26 settembre 2011

Quando vado al Cairo

Quando vado al Cairo parto per un lungo viaggio.

Quando vado al Cairo prendo un pick-up allestito alla bell'e meglio per il trasporto di persone (anziché animali e cose) e raggiungo il villaggio principale, dove salgo su un taxi collettivo che per 10 L.E. (accidenti, è aumentato) mi porta a uno dei capolinea della metropolitana. Prendo la metro cercando di mettere in pratica le mie scarse nozioni rugbistiche per entrare e faccio circa una ventina di fermate prima di scendere.

Quando vado al Cairo non ho l'autista privato e l'aria condizionata, quando vado al Cairo scambio gocce di sudore con l'egiziano medio e osservo.

L'assenza del faccione coi Ray-Ban Aviator di Mubarak dal mega cartellone al solito incrocio, il buco lasciato sulla fermata della metro che porta il suo nome, gli sguardi sfuggenti, laddove prima insistenti, nel vedere una faccia diversa nei mezzi pubblici popolari.









Nei discorsi, oltre ai soliti flus, farah, akl (= soldi, matrimonio, mangiare - punti cardine della vita di ogni egizio), si distingue nettamente la parola thawra (= rivoluzione). Ha quasi soppiantato le altre, è incredibile. Gli è entrata dentro e fa farte della vita quotidiana di ognuno. Niente è più come prima.

Un'altra parola meno piacevole è salafi. Non ne ho visti più del solito, ma sono costantemente nominati da tutti. Sono terrorizzati. Li odiano. Non fanno parte della cultura egiziana, il sentimento che si percepisce è quello della violazione. "Che vogliono da noi?" "Come si permettono?" "Se ne vedo uno sotto casa mia lo picchio." "Non capiscono un cavolo di islam." "Andassero in Arabia Saudita a predicare".

Il problema che sembra preoccuparli maggiormente, perché tutto sommato per la crisi economica ho notato un sano ottimismo, sono i baltagiya (=delinquenti). Gli scippi, gli scassinamenti, le rapine proprio non gli vanno giù, agli egiziani del post-rivoluzione. E io rido.
Welcome in the club dear Egyptians!
Per quanto mi riguarda, da quando sono nata chiudo la porta a chiave, mi tengo stretta al cuore la borsa e non lascio la macchina aperta.


Prima si trovavano in una specie di zona franca legittimata dalla legge d'emergenza e quindi, principalmente, dal terrore. Ora c'è un vuoto che era inevitabile (nonostante si torni in piazza perché tale legge è ancora in vigore, e applicata random), ma poteva andare peggio. Davvero. Ve lo giuro.