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lunedì 24 marzo 2014

Obama a Bruxelles. Strani parallelismi


Barack Obama © Reuters

La tanto attesa visita di Obama a Bruxelles mi fa tornare indietro di qualche anno. 
Di qualche migliaio di chilometri.
Di un po' di lavori.

Rewind.

Sono a Sharm el Sheikh, vado a cento all'ora, dormo due ore per notte e sono un fiore di primavera. Quel che si dice giovane e pimpante.
Aspetto un microbus che mi porti all'hotel dove lavoro per far sì che i miei clienti salgano sul pullman giusto per visitare il monastero di Santa Caterina. Sono le 5 del mattino. L'alba regala una piacevolissima brezza.

Il muezzin chiama alla preghiera. 
I cani randagi mi guardano in cagnesco, appunto.
I gatti egizi sono sempre più magri nonostante quello che ingurgitano.
Tutto regolare.

Ma.

C'è qualcosa che mi sfugge... non riesco bene ad identificarlo...

E di colpo realizzo.

Sono l'unica umana nel raggio di un chilometro (dico un chilometro perché scorgo altre piccole figure sfigate in lontananza).
Mi direte, eh, grazie, sono le 5 del mattino che ti aspetti? Evidentemente non siete mai stati in Egitto, un paese che non dorme mai, fatti salvi alcuni piccoli villaggi nelle campagne. E anche anche.


Il mio buon vecchio Nokia 3310 muccato (mai cover fu più amata... olografica, pure) mi corre in soccorso e comincio a chiamare chi so per certo non mi manderà a quel paese visto l'ora un po' impervia.


La risposta non tarda ad arrivare, ed è quanto meno terrificante.


Il presidente Mubarak sta andando a pregare.

Scusa???????????????

Sì, quando il presidente Mubarak muoveva il presidenziale deretano per fare la qualunque, l'Egitto in toto si fermava, le strade chiudevano, i mezzi pubblici non circolavano, quelli privati meno che meno, gli uccelli smettevano di cinguettare e le palme di ondeggiare.

La semantica non è un'opinione: il presidente (Mu)Barak Obama farà la stessa cosa a Bruxelles, e io probabilmente mi troverò bloccata in qualche tunnel sperduto della rete metropolitana ad aspettare di essere teletrasportata in qualche modo al lavoro, perché:

- la circolazione dei mezzi pubblici sarà perturbata
- si sconsiglia caldamente di usare la macchina perché tanto le strade saranno bloccate
- ci si aspettano ritardi nelle partenze e negli arrivi dei voli
- sembra che a Waregem, la piccola cittadina delle Fiandre dove farà visita a un cimitero di guerra, abbiano persino ordinato agli abitanti di non uscire di casa salvo urgenze.

Mabruk! Che in arabo significa auguri, e ha lo stesso radicale del nome dei suddetti.


giovedì 30 maggio 2013

Un conflitto sul Nilo (?)


Nonostante la mia indole rivoluzionaria, ho sempre sostenuto che Mubarak fosse un genio della politica estera. Non è facile  fare i vicini di casa dello stato d'Israele e avere un rapporto contraddittorio con la causa palestinese. La posizione geopolitica dell'Egitto non concede leggerezze a chi lo governa, e la credibilità internazionale durante la sua trentennale dittatura era piuttosto elevata, anche se non sempre per nobili motivi.
Mentre, però, Mubarak faceva il bello con i vicini di casa "importanti" e le controparti "occidentali", riduceva in miseria e nel buio dell'ignoranza il suo popolo e sorvolava su un piccolo dettaglio di importanza fondamentale: l'acqua, e, nello specifico, il Nilo.

"Se l'Egitto è un dono del Nilo, il Nilo è un dono dell'Etiopia", dicono gli Etiopi. Ma la questione non coinvolge solo i paesi appena citati, che sono due dei dieci stati rivieraschi insieme al Sudan, Sud Sudan, Kenya, Uganda, Tanzania, Ruanda, Burundi e Repubblica Democratica del Congo.

L'Egitto, con la sua superiorità demografica, politica ed economica, ha sempre goduto dei vantaggi stabiliti dall'accordo del 1929 tra Gran Bretagna ed Egitto, in cui gli garantiva utilizzo quasi esclusivo delle acque del fiume, riservando però delle quote al Sudan, all'epoca protettorato britannico. Questo accordo sanciva pieno potere al Cairo su qualsiasi progetto riguardante lo sfruttamento del Nilo, anche se proveniente da un altro stato rivierasco ( http://temi.repubblica.it/limes/nella-battaglia-del-nilo-letiopia-sfrutta-la-debolezza-egiziana/24951)

Nel 1959, una convenzione tra Egitto e Sudan rivede l'accordo del 1929:  cominciati i lavori sulla diga di Assuan che sarà poi terminata nel 1970, l'Egitto concede al Sudan ulteriori metri cubi d'acqua per lo sfruttamento del Nilo.

Volendo usare un appellativo tristemente moderno, Sudan ed Egitto non sono che gli utilizzatori finali delle acque del fiume più lungo del mondo, e aver snobbato deliberatamente gli altri paesi rivieraschi non gioca a loro favore. In particolar modo l'Egitto, forte della sua popolazione in costante crescita che ha ormai raggiunto i 90 milioni, non si può permettere di scherzare con un paese che, a differenza sua, è stabile e ha un'economia con forti possibilità di crescita. L'Etiopia con il suo Nilo Azzurro, infatti, fornisce l'85% delle acque del Nilo (le restanti provengono dal Nilo Bianco che sgorga dal lago Vittoria in Uganda).

Da sempre, questi utilizzatori finali hanno avuto potere decisionale sulle acque di un fiume che passa in altri otto stati. Questi otto stati (sette, prima della nascita del Sudan del Sud nel 2011), cercando di avere una voce in capitolo nella gestione e nello sfruttamento del patrimonio idrico del Nilo, si sono organizzati in una Iniziativa del Bacino del Nilo (IBN), fondata del 1999 e volta alla revisione dei trattati del 1929 e del 1959, con la proposta di un uso equo e ragionevole delle acque del fiume e uno sviluppo socioeconomico sostenibile dell'intero bacino.

Dalla IBN nasce il Cooperative Framework Agreement (CFA), che dovrebbe ufficializzare il programma dell'IBN, ma che trova difficoltà a realizzarsi proprio per l'opposizione dell'Egitto, che si tiene saldo alle garanzie totalitarie dei trattati di epoca coloniale. 

Soprattutto l'Etiopia, a causa anche di conflitti atavici con l'Egitto risalenti all'epoca faraonica e proseguiti poi dalle lotte religiose tra i re cristiani dell'una contro i sultani musulmani dell'altro, freme per emanciparsi e volgere così il controllo delle acque che sgorgano dal suo territorio alla produzione di energia elettrica.

Mubarak negli ultimi 25 anni del suo governo non si è mai recato ad Addis Abeba, sicuro al caldo degli antichi trattati. Questa "distrazione" gli è costata la coalizione dei paesi rivieraschi a monte del Nilo contro l'Egitto e il Sudan nella firma da parte di sei stati rivieraschi del Cooperative Framework Agreement sulla gestione delle acque del fiume, in una riunione di Sharm el Sheikh nel 2010.

Caduto il dittatore, ci ha provato il primo Ministro del dopo-rivoluzione Essam Sharaf nel maggio 2011. Grande passo avanti dopo un quarto di secolo di silenzio.

Ci ha riprovato Morsi a gennaio di quest'anno e in questi giorni, in occasione di summit internazionali. Le relazioni bilaterali tra i due paesi, però, continuano ad essere trascurate.
Addirittura un cablo di Wikileaks del 2012, smentito dagli interessati, rivela che l'Egitto e il Sudan progetterebbero un attacco aereo per sabotare la diga etiope.


http://www.egyptindependent.com/

La diga della Grande Rinascita (Grand Renaissance Dam), progettata per essere la più grande dell'Africa, ha appunto in questi giorni inaugurato i lavori con la deviazione dell'acqua del Nilo Azzurro. 
L'Egitto e il Sudan sono contrari alla sua  costruzione perché temono la diminuzione di apporto d'acqua nei loro paesi, quasi totalmente desertici. 

Nonostante le rassicurazioni del governo etiope e di alcuni esperti che, data la stagionalità delle piogge, vedrebbero dei vantaggi nell'accumulo delle acque al di là della diga per una più equa distribuzione, gli antichi quasi esclusivi depositari di questa risorsa idrica si trovano in una posizione di debolezza e fragilità, oltre che di credibilità politico-strategica ed economica nella zona e nel mondo.

Questi progetti mastodontici, a causa del loro impatto concreto e agli interessi delle varie controparti  finanziarie sono mostri capaci di sovvertire le dinamiche ambientali e politiche degli stati coinvolti. Soprattutto quando è l'acqua ad essere coinvolta. I paesi del bacino del Nilo, ad esempio, sono tra gli ultimi in classifica per approvvigionamento e accesso all'acqua.

Sadat, nel 1979, disse "L'unica questione che può trascinare di nuovo l'Egitto in guerra è l'acqua".

martedì 29 maggio 2012

Di che morte morire





Questa vignetta di Carlos Latuff esprime molto bene la situazione politica egiziana: al ballottaggio presidenziale ci saranno Mohamed Morsy, dei Fratelli Musulmani e Ahmed Shafiq, il cui idolo è Mubarak.

Ora gli egiziani dovranno solo scegliere di che morte morire.

A farla tragica.

A voler trovare il bicchiere mezzo pieno, si può dire che le ideologie rivoluzionarie avrebbero vinto se si fossero unite in meno candidati (anche se, per amor di verità, bisogna ricordare che il vero rivoluzionario purista non è andato a votare, considerando il sistema elettorale corrotto e da riformare costituzionalmente). Basti pensare che il terzo classificato, Hamdeen Sabbahi, ha ottenuto il 20% dei voti, e in roccaforti islamiche quali Cairo, Giza e Alessandria.

Come raccontato benissimo nel blog in 30 secondi, a posteriori fa quasi ridere il grande successo del primo dibattito televisivo "all'americana" tra Amr Moussa (ex segretario generale della Lega Araba) e Abu el Futuh (strano personaggio ex Fratello Musulmano, sostenuto da salafiti, liberali, laici, anche copti), considerati i due favoriti.

Non voglio fare la complottista a tutti i costi, ma sembrerebbe una mossa per sviare l'attenzione dai candidati che, alla fine della fiera, sono risultati i due vincitori e gli interlocutori perfetti per l'occidente. Shafiq per continuità storica, data la sua adorazione per l'ex raís, e Morsy perché, come spiegava il sopracitato blog già un anno fa, i Fratelli Musulmani "sono il referente naturale delle amministrazioni americane perché altri soggetti sono o troppo deboli (i cosiddetti “liberali”) o troppo in conflitto con gli interessi americani", e perché "il potere dei Fratelli Musulmani assicurerebbe, più o meno, lo stesso genere di “stabilità” che c’era con Mubarak. Con un surplus di globalizzazione, che a Washington non fa per niente schifo".

Parlo con tanti egiziani, e sento molti punti di vista: quello degli elettori di sinistra, che votano Sabbahi, quello degli ossessionati dal problema della sicurezza, che votano Shafiq, quello dei fissati con la religione che votano Abu el-Futuh. Alla fine non sono gli integralisti a votare per Morsy, sono i leghisti. Lo so, sembro pazza, ma di carroccio me ne intendo, modestamente vengo da un bacino elettorale leghista di tutto rispetto, oltre che ultimo baluardo degli ultimi singhiozzi del partito. Insomma sono uguali: creduloni, ex comunisti molto spesso, religiosi quando gli pare, interessati al ritorno economico, xenofobi di convenienza, etc.

Togliendomi le vesti da complottista, sono un po' arrabbiata con gli egiziani: mi aspettavo un'affluenza alle urne molto più copiosa. Che cosa mi rappresenta questo 43% degli iscritti alle liste elettorali (50 milioni sugli 80 milioni aventi diritto)? Ya ragel!

Non sono sconvolta per il successo di Morsy (anche se mi dispiace), perché so bene dove si stava dirigendo l'Egitto da molti anni a questa parte, un po' in contrapposizione al regime mubarakiano, un po' in reazione alla crisi economica, un po' come conseguenza delle mancate riforme sull'istruzione, considerando anche che i Fratelli Musulmani, pur essendosi divisi in varie fazioni, sono l'unica forza politica in grado di costituire un partito vero e proprio, sia dal punto di vista organizzativo, sia da quello monetario. Sono allibita dalle preferenze accordate a Shafiq, proprio come Baraem nel suo blog.

I voti degli egiziani all'estero sono stati, invece, molto interessanti. Bassa affluenza comunque, perché evidentemente la registrazione online non era facile per tutti. In ordine di preferenza, i risultati sono stati: Mohamed Morsy, Abu el-Futuh, Hamdeen Sabbahi, Amr Moussa e Ahmed Shafiq. Morsy vince anche all'estero, emblema della proiezione politica dell'egiziano medio all'estero: i Fratelli Musulmani sono quelli che portano avanti la loro identità religiosa, che coincide con quella sociale (e purtroppo, ora, anche politica) e conferisce loro legittimità come individui e come comunità; i Fratelli Musulmani sono quelli che, assieme alle loro rimesse, hanno aiutato e dato fiducia alle loro famiglie, andando porta a porta a fare propaganda e a regalare generi alimentari. Gli egiziani e il mangiare, si sa, sono un po' come gli italiani e il mangiare. Inscindibili.

Shafiq non ha avuto particolare seguito all'estero, ma la pubblicazione dei risultati prima delle elezioni in Egitto ha, a mio modesto parere, influenzato il voto del già influenzabile egiziano nei confronti di Morsy. E anche questo mi fa un po' pensare a manipolazioni o brogli (già denunciati) da parte del regime.

In conclusione, propongo l'immagine che ho io dell'Egitto e degli Egiziani nell'ultimo periodo. Non prendetevela a male, è pieno d'affetto.

lunedì 26 settembre 2011

Quando vado al Cairo

Quando vado al Cairo parto per un lungo viaggio.

Quando vado al Cairo prendo un pick-up allestito alla bell'e meglio per il trasporto di persone (anziché animali e cose) e raggiungo il villaggio principale, dove salgo su un taxi collettivo che per 10 L.E. (accidenti, è aumentato) mi porta a uno dei capolinea della metropolitana. Prendo la metro cercando di mettere in pratica le mie scarse nozioni rugbistiche per entrare e faccio circa una ventina di fermate prima di scendere.

Quando vado al Cairo non ho l'autista privato e l'aria condizionata, quando vado al Cairo scambio gocce di sudore con l'egiziano medio e osservo.

L'assenza del faccione coi Ray-Ban Aviator di Mubarak dal mega cartellone al solito incrocio, il buco lasciato sulla fermata della metro che porta il suo nome, gli sguardi sfuggenti, laddove prima insistenti, nel vedere una faccia diversa nei mezzi pubblici popolari.









Nei discorsi, oltre ai soliti flus, farah, akl (= soldi, matrimonio, mangiare - punti cardine della vita di ogni egizio), si distingue nettamente la parola thawra (= rivoluzione). Ha quasi soppiantato le altre, è incredibile. Gli è entrata dentro e fa farte della vita quotidiana di ognuno. Niente è più come prima.

Un'altra parola meno piacevole è salafi. Non ne ho visti più del solito, ma sono costantemente nominati da tutti. Sono terrorizzati. Li odiano. Non fanno parte della cultura egiziana, il sentimento che si percepisce è quello della violazione. "Che vogliono da noi?" "Come si permettono?" "Se ne vedo uno sotto casa mia lo picchio." "Non capiscono un cavolo di islam." "Andassero in Arabia Saudita a predicare".

Il problema che sembra preoccuparli maggiormente, perché tutto sommato per la crisi economica ho notato un sano ottimismo, sono i baltagiya (=delinquenti). Gli scippi, gli scassinamenti, le rapine proprio non gli vanno giù, agli egiziani del post-rivoluzione. E io rido.
Welcome in the club dear Egyptians!
Per quanto mi riguarda, da quando sono nata chiudo la porta a chiave, mi tengo stretta al cuore la borsa e non lascio la macchina aperta.


Prima si trovavano in una specie di zona franca legittimata dalla legge d'emergenza e quindi, principalmente, dal terrore. Ora c'è un vuoto che era inevitabile (nonostante si torni in piazza perché tale legge è ancora in vigore, e applicata random), ma poteva andare peggio. Davvero. Ve lo giuro.

mercoledì 3 agosto 2011

Processo Mubarak: pensieri e parole

Processo di Hosny Mubarak, figli Gamal e Alaa e vecchio entourage (parte di esso, almeno, tra cui l'ex ministro degli interni Habib el Adly).

Commenti e sensazioni scritti più per la mia memoria labile che per altro. Non voglio dimenticare i dettagli di questo pezzo di storia.
Pensieri e parole. Cosí, a caldo, come sono venuti guardando la diretta.
In gabbia su una lettiga coi figli. Tutti di bianco vestiti . Giudice nervoso cerca di tenere il controllo e far mettere in una lista gli avvocati di accusa e difesa.
Cari gli egizi, incasinati anche nell'aula di tribunale. Tempo infinito per fare questa lista. "Per favore state calmi e seduti". Ma non si poteva fare prima? (me fanno mori' con la loro disorganizzazione... e anche incazza', eh)

Mubarak mantiene la sua mimica corporale anche nel letto. Mano sul mento, indice sul naso, sguardo fiero e supponente, capelli rigorosamente tinti. Non sembra molto sofferente. Incredibile sia arrivato in aula di tribunale, pensavo fingesse un altro attacco o un coma durante il viaggio.


Gamal e Alaa sono in piedi in fianco a lui, non si siedono come gli altri imputati. E' la prima volta che si vedono da quando i figli sono stati arrestati 4 mesi fa. Immagini a tratti commoventi. Tutto calcolato o sono io sempre meno cinica? Marghe, aripijate.
I Mubarak juniors si mettono in continuazione tra la telecamera e il padre.

Discorsi retorici sul mese sacro di Ramadan e l'importanza della religiosità da parte di qualche avvocato. Giudice taglia corto. Gamal e Alaa sempre in piedi con il corano in mano. Ah, che uomini pii.

Si snocciolano tutte le malefatte, anche l'oscuramento di internet durante i primi giorni della rivoluzione. Una dopo l'altra. Cosi' dal vivo fanno proprio impressione. E c'è gente che rimpiange il regime?

I Mubarak negano tutto categoricamente. Forse sono stati fraintesi?

Mi chiedo gli avvocati come facciano a lavorare cosí stipati, a digiuno poi. Mi immagino solo la temperatura dell'aula sotto zero, if I know my chickens ;)

L'ex primo ministro El Adly continua ad avere una mono-faccia allucinata.

Momento ludico: un avvocato sostiene che in realtà Mubarak è morto nel 2004 e che tutto è una cospirazione israelo-americana e che l'uomo sulla lettiga non è l'ex presidente e che bisognerebbe fargli un test del dna.
Il giudice non sa più come tenerli zitti e seduti, povero, gli offrirei un'helba bil halib.

Gli avvocati delle famiglie dei martiri restano sul retorico e chiedono il risarcimento, oltre ad essere molto indisciplinati. Ma si sono parlati con i loro clienti? Non hanno capito che vogliono giustizia e disfarsi delle minacce che hanno ricevuto dall'esercito e che per questo picchettavano piazza Tahrir, avendo pure paura di tornare a casa propria? Anche questo è da medioman egiziano: el flus. Da mohem. Peccato che non potessero permettersene di migliori.

Mubarak rimarrà all'ospedale militare lungo la strada tra il Cairo e Ismailia e non tornerà a Sharm (vediamo adesso i giornalisti esperti di geografia se sapranno localizzare l'ospedale. No, non è vicino alle Piramidi). Gli altri imputati rimangono in carcere.

Processo per raís e figli continuerà il 15 agosto. Quello per El Adly e gli altri sei si terrà domani.

L'Egitto sta facendo la sua storia, vorrei un giorno essere cosí emozionata anche per l'Italia.





giovedì 30 giugno 2011

Egitto. Non solo la piazza Tahrir del tg


La maggior parte del mio tempo libero lo passo con uno strano hobby: cerco notizie sul web di un paese in evoluzione, dove, miracolosamente, dopo il 25 gennaio 2011, nessun giorno è uguale all'altro.
Un paese che è stato la culla della civiltà, ma che poi si è un po' ripiegato su se stesso, salvo poi dimostrare una superba posizione eretta grazie al vento della primavera araba.

Era da tanto che i media italiani non si occupavano d'Egitto, fino agli scontri nella ormai famosa piazza Tahrir di questi giorni. Scontri di cui io non parlero', perchè c'è chi lo fa molto meglio di me qui e qui.

La cosa cozza con l'insistente passaggio dello spot di promozione del turismo in Egitto. Mi immedesimo nell'italiano medio1: "ah vedi, pubblicizzano l'Egitto, ma il Mar rosso è in Egitto? ma Siarm el Sieík è in Mar Rosso? Ah ecco, si', allora possiamo prenotare, evvai!!! Speriamo che lo Smaila's sia aperto e inviti la Canalis ora che è single". O nell'italiano medio2, meglio conosciuto per quello-che-ne-sa-a-pacchi: "Ah vedi, pubblicizzano l'Egitto, staranno morendo di fame, col casino che hanno fatto. Figurati se ci vado, non si sa mai quello che potrebbe succedere!". O nell'italiano medio3, cioè italiano medio1 a seconda ripresa: "Ma allora Siarm el Sieík non è in Egitto? E quindi posso andare allo Smaila's sperando che invitino la Canalis ora che è single, tanto il Cairo non è sul Mar Rosso, no?" A questi si potrebbe aggiungere anche l'italiano medio4, che crede che le piramidi siano a Sharm el Sheikh , ma potrei continuare all'infinito.
In realtà riesco molto bene ad immedesimarmi anche nell'egiziano medio che aish barra (vive all'estero), che ritiene che nel suo paese la situazione non sia sicura, che oramai basta, la smettano di scendere in piazza, mubarak è caduto, vogliamo i turisti, che pensano che i suoi compatrioti sino dei trogloditi, che si stava meglio quando si stava peggio... etc.

Come dicevo, pero', non voglio parlare di piazza Tahrir - la rivoluzione che continua, ma vorrei portare l'attenzione dei  lettori (tre, considerando che mia mamma è in ferie) su quello che l'Egitto sta vivendo, oltre ai chiarissimi eventi degli ultimi giorni e all'evidente crisi economica che impera.

- i Fratelli Musulmani si sono divisi in diversi partiti: sono arrivati a 5. Forse non erano poi cosi' coesi ed organizzati come sembrava...

- per la prima volta, gli sciiti non vengono picchiati ed arrestati durante una loro festività. Tanto per dire che c'è chi nel mondo si impegna nell'ambito della tolleranza religiosa

- Nilo: il vecchio Mubarak, nella sua sfavillante politica estera con ricchi premi e cotillons, si era dimenticato di un piccolo dettaglio: l'acqua. eh, hai detto niente... l'Egitto, se non si dà una mossa, rischia di essere surclassato da paesi dell'africa nera a cui, evidentemente, si era sempre ritenuto superiore. Ocio, che se ti fregano l'acqua, poi son dolori! Ma la mossa l'Egitto se la sta dando, e dopo 25 anni di rapporti inesistenti, il Primo Ministro Essam Sharaf è andato in visita in Etiopia. Non è una cosa da poco.

- I rappresentanti di 3 chiese copte e molti attivisti copti in egitto hanno respinto la richiesta di protezione internazionale fatta da alcuni egiziani copti al congresso USA, con un linearissimo "i copti sono sotto la protezione dello stato egiziano e musulmani e cristiani in Egitto sono sotto la protezione di Dio, che ha nominato l'Egitto e il suo popolo sia nel Corano, sia nella Bibbia". Che altro dire, se non che dovremmo imparare l'amor di patria da chi è abituato a crescere insieme?

- l'Egitto ha rifiutato i prestiti dell'FMI e della Banca Mondiale, evitando di rimettersi nelle mani dei potenti. Il FMI e la Banca Mondiale sono stati duramente criticati anche durante la rivoluzione, poiché visti come strumenti per fare dell'Egitto un burattino manovrato dalle potenze occidentali. Secondo il Ministro delle Finanze Samir Radwan, l'Egitto non ne ha bisogno, ce la farà con le sue proprie risorse. Chapeau. Peccato solo quei regalini da Qatar e Arabia Saudita... paesi che non mi sembrano esattamente filantropi, ma tant'è, non è da tutti una decisione simile.

Sinceramente, invece che dissuadermi, tutto questo fermento esercita su di me una forza gravitazionale ostacolata solo dal piccolo dettaglio della mancanza di ferie.

venerdì 20 maggio 2011

Ma che italiani e italiani d'Egitto...

Ieri durante un colloquio di lavoro mi chiedevano come ho fatto a integrarmi alle altre culture nelle mie svariate esperienze professionali all'estero. La mia risposta è stata "beh, ho di solito avuto parecchie difficoltà a integrarmi con gli italiani espatriati come me". Quest'affermazione ha chiaramente suscitato alzate di sopracciglia e lunghi commenti scritti (che vorrà dire, non so), però devo ammettere che, a freddo, sorprende un po' anche me.

Ora, non è che voglia per forza fare quella amica dei popoli a tutti i costi, ma l'atteggiamento di certi italiani residenti all'estero mi manda in bestia.
Il senso di superiorità, l'eterna lamentela, la critica caustica sempre a fior di labbra. Il fardello dell'uomo bianco. Sì, abbiamo avuto una storia coloniale da far ridere i polli e giochiamo ora a fare i conquistatori all'estero, contornandoci da tutte le suppellettili del caso, compresi vari ed eventuali schiavetti da vessare a piacimento.
Chiaramente, all'estero fa tutto schifo, niente sarà perfetto come in Italia e il popolo ospitante, essendo tendenzialmente troglodita, non ha proprio i mezzi per capire cosa vogliamo dire.
Da italiana all'estero seguo commenti, punti di vista, osservazioni e timori di altri miei "colleghi" residenti nella mia seconda patria, l'Egitto.

Sono basita.

Prima tutti a seguire la rivoluzione con ammirazione e orgoglio (sí, per un momento sono stati capaci di provare questi sentimenti nei confronti degli indigeni), poi, appena caduto Mubarak, tutti ad aspettarsi un'economia fiorente, strade svizzere, legalità impeccabile, coscienza ecologica che la Danimarca in confronto è una dilettante, donne in bikini come a Rio, baci omosessuali interreligiosi.

Bravi. Complimenti. Chapeau.

Si stava meglio quando si stava peggio. E, in effetti, anche le mezze stagioni non esistono più. La frutta? Acquetta… No, in Egitto no.

Questa è una bellissima analisi della situazione post-rivoluzionaria da una residente al Cairo che scrive per uno dei più importanti quotidiani indipendenti egiziani, Al Masry Al Youm.
L'Egitto E' un casino, ma 1) La cosa non deve sorprendere, 2) Criticare e lamentarsi non giova, 3) Credo che il popolo egiziano abbia bisogno del pieno supporto anche degli stranieri che vivono li', proprio perchè come loro, amano il paese (o almeno così dicono).

Non è vero che Mubarak teneva sotto controllo la situazione, anzi. Usava i suoi burattini come voleva, in pieno stile divide et impera (al fitna, in arabo) e bastone e carota. Gli uomini del regime erano dietro l'attentato di Sharm e quello alla chiesa copta di capodanno. In un paese dove la religione è fonte di legittimazione individuale, il regime la usa come arma, come deterrente e come antidoto. E tutto questo succede ancora, com'è spiegato benissimo qui , qui e qui . Nell'ultimo link segnalato il punto di vista è di Alaa Al Aswani, non ditemi che non lo conoscete. In tutti gli scontri settari che abbiamo visto dopo l'11 febbraio, c'è dietro un macchinoso disegno tessuto da chi è ben lungi da lasciare il potere.
Altro che colpi di coda del regime, c'è tutto ancora dentro mani e piedi.

Sveglia, cari italiani, aprite la mente, gli occhi e le orecchie.


posted by: marghe