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lunedì 12 gennaio 2015

Banality Fair

Un post a quattro mani, riflessioni tra Como e Bruxellles.

Non mi è venuto in mente un titolo migliore, leggendo la maggior parte dei discorsi nati in questi giorni, correlati agli eventi di Parigi. Eccomi col mio personale contributo alla fiera delle banalità. Banalità, lo so, sono i punti che sottolineo e rimarco, elencati un po' a caso, non sono riuscita proprio a trattenermi...
Postilla: Meg, da intellettuale qual è,  teme di essere banale perché quello che scrive le sembra dettato semplicemente dal buonsenso. Pensa che sia superfluo rimarcare alcuni punti, perché, diamine, ancora lì siamo? Sì, megghina. Quindi le banalità sono degli altri, perché sono ignoranti nel senso che ignorano, ma peccano di ignoranza attiva, di cui nulla è più terribile, per dirla alla Goethe.  Repetita iuvant, a costo di farne un mantra. Oooooooooohmmm.

Vago per la tivù e mi capita di sentire, da parte di un noto editorialista del Corriere della Sera, pronunciare queste parole: “Se parliamo di terroristi islamici, di islamisti, di fanatici dell’Islam, come si può sostenere che l’Islam non c’entri nulla?”.
La domanda qui sopra sembrerebbe non fare una piega, seguendo il pensiero logico delle prime fasi dell'età evolutiva, quel periodo della vita cioè in cui crediamo ancora in Babbo Natale e nella Fatina dei Dentini, per intenderci.
Banalità numero 1: questo ragionamento è di una superficialità disarmante. Ignora deliberatamente quelle che sono le mille sfaccettature dell'Islam, in quanto religione, così come il milione di sfaccettature politiche e sociali dei contesti all'interno dei quali il fanatismo e il terrorismo di matrice islamica si sono sviluppati e si alimentano.
Una postilla alla Banalità numero 1: non è che perché noi siamo ignoranti e non conosciamo la storia dell'Africa o del Medio Oriente, ci dobbiamo convincere che Africa e Medio Oriente siano due buchi neri senza storia, fermi al Medioevo, dominati da logiche tribali e guidati da fedi sanguinarie (qui il riferimento all'ultima strage firmata Boko Haram è fin troppo facile). Ci sono svariati libri che possono farci capire qualcosa di più. "Postcolonialismo" di Achille Mbembe secondo me va letto.
Aggiungerei la postilla numero 2 alla banalità numero 1: bisogna fermare i clandestini. Perché questi  2 franco algerini, che sicuramente parlano l'arabo peggio di me, per l'italiano medio sono scesi da un barcone. Che siano nati, cresciuti, vissuti e pasciuti nella nostra Europa laica e liberale non ci dice niente, perché è colpa dell'islam, questo grande fratello demoniaco che è insito nel dna di chi viene "da quei paesi là". Noi non sbagliamo un colpo. Le nostre istituzioni sono perfette, il sistema sociale è impeccabile ed è sempre e solo colpa dell'islam. Capire dove nascono queste cellule, perché proliferano, studiare una strategia per combatterle non è affar nostro, perché è colpa dell'islam. Ci pensi l'islam, oppure annientiamo l'islam, a seconda delle correnti di pensiero.

Le citazioni tratte dal Corano, per giustificare quanto sia embedded nel Musulmano medio il desiderio di provocare morte tra gli infedeli, si sprecano. Dimenticando, come scrive Stefano Feltri, che "anche Gesù dice che bisogna tagliare la mano che dà scandalo, ma non è molto appassionante discutere se si tratti di un invito a sacre mutilazioni o di una metafora", e che Banalità numero 2: se estrapolo una frase dal contesto posso utilizzarla per dire tutto e il suo contrario. Oggi pretendiamo, da parte dei rappresentanti delle varie comunità islamiche, spiegazioni, scuse e quant'altro. Però...
Anche Charles Manson ha ucciso nel nome di una religione che si è inventato lui, ma nessuno ha mai avuto dubbi sul fatto che fosse "semplicemente" uno psicopatico, come lo è Breivik, il terrorista norvegese "integralista cristiano". Fa notare anche KareemAbdul-Jabbar sul Time: "quando il Ku Klux Klan incendia una croce nel cortile di una famiglia di neri, ai cristiani non è richiesto di spiegare in che modo queste azioni non sono cristiane".  Perché?
Ma proprio filosoficamente non sono d'accordo con il dissociarsi e il condannare, e nemmeno con il #notinmyname. Capisco che in un periodo di carenza neuronica cosmica come questo, potrebbe essere utile che nel mezzo d'informazione principale (Barbara d'Urso, ovviamente) passassero dichiarazioni e manifestazioni a favore dell'islam moderato, ma anche lì, è sbagliato dal punto di vista semantico. Non esiste l'islam moderato, l'islam è moderato, come qualsiasi altra religione. Anzi, non è nemmeno moderato. C'è chi ci nasce 
e chi lo sceglie, alle volte è solo una contingenza geografica. Ma ecco chi lo spiega meglio. Esiste l'estremismo, il fanatismo, e non vedo perché doversene dissociare. Mi sembra inutile, superfluo, banale.
Faccio un volo pindarico. E' come quando non ho sentito la necessità di incavolarmi all'accusa ai giovani di essere "choosy" da parte della Fornero: so di non esserlo quindi non colgo l'offesa.
Vengo da una regione in cui l'assessore alla cultura ha emesso una circolare perché i presidi obblighino i genitori dei ragazzi musulmani a condannare l'atto di terrorismo. Se non è terrorismo questo! Ma come si può? Dovrei dissociarmi dall'essere nata in una regione che produce tante menti piccole e ignobili?
Come italiana dovrei dissociarmi dalla mafia come prima cosa la mattina appena mi sveglio?

Oppure, e qui scatta la Banalità numero 3: cavalcare l'onda del discorso sui giovani immigrati o figli di immigrati, colpevoli di essere male integrati, ignorando deliberatamente problematiche quali la disoccupazione, o la giustizia sociale. Aspetti sui quali dovremmo invece iniziare a riflettere, seriamente. C'è chi sostiene che siano cresciuti con latte e odio, che siano geneticamente predisposti alla violenza, che dovremmo rimandare "tutti in Marocco".





Questo concetto merita un breve excursus:
Per Marocco ovviamente si intende la grande Nazione dalla quale provengono tutti i Marocchini. Voi pensate di sapere cosa siano i "Marocchini", mi spiace ma in realtà non è così: si tratta di una macrocategoria sociale che comprende persone dalle più varie nazionalità tutte ritenute atte a svolgere il fondamentale ruolo di vu' cumprà sulle italiche spiagge. E' importante saperlo, altrimenti si rischia di incorrere in equivoci.
Ok, va bene, allora su Gabriele Carugati, nome di guerra Arcangelo, cosa vogliamo dire? Che ha avuto un'infanzia difficile, con i genitori leghisti, in provincia di Varese? O c'è un movente religioso dietro la sua partenza per il fronte Ucraino? O forse il vero padre è l'idraulico tunisino del paese, da qui avrebbe origine la sua naturale predisposizione alla violenza?

Un amico mi scrive: "Questi barbari non ritengono la vita un valore, questo complica la possibilità di una loro redenzione ad un'esistenza pacifica su questa terra".
Anche l'Arcangelo qui sopra non è che vada in giro a portare la pace nel mondo, armato fino ai denti. In ogni caso è importante identificare chiaramente a chi ci si riferisce parlando di "questi barbari".
I "Marocchini"? No, ok, è una battuta.
Gli attentatori? Della loro redenzione vi interessa? Banalità numero 4: Nessuno di noi è il Padreterno, la redenzione se la vedono con chi di dovere. Impedire che facciano del male ad altre persone, questo sì è importante, siamo tutti d'accordo. Benissimo. Come mai (lo dice anche Libero, non solo i giornali comunisti) "i servizi segreti algerini avevano allertato il 6 gennaio Parigi di un attacco terrorista imminente", ma questa allerta pare sia stata ignorata dai servizi segreti francesi?

Ce ne sarebbero anche tanti altri in merito, ma se avete voglia, leggete questo articolo di giugno: "Irak: chi Arma l'ISIS e perché gli USA noninterverranno"

Banalità numero 5: insomma, siamo italiani. Siamo il Paese dove uno va a prendere le sigarette e muore crivellato da colpi di mitra perché ha la sfiga di essere omonimo di un boss scissionista. Siamo il Paese dove esistono realtà come lo Zen, il noto quartiere di Palermo. Siamo il Paese che ha ispirato testi come "La Pelle" di Curzio Malaparte, giusto per non dimenticare cosa eravamo fino a qualche anno fa, come ci avevano ridotto la guerra e la fame. Non ai tempi delle Crociate, ma qualche decennio fa. Alla luce di ciò mi chiedo: perché abbiamo sempre voglia di sparare giudizi morali a raffica, dal caldo dei nostri salotti, prendendo per verità incontestabili quelle che ci propinano i media (tra cui anche le simpatiche uscite di Salvini) senza farci domande e soprattutto sentendoci sempre tanto superiori? Sento proprio adesso su La7: "Vai nel loro Paese con una croce e ti fanno un buco di cu** così". E vabbè...

"Alla violenza si risponde nell'immediato con l'espressione di maggior forza per avere la meglio". Banalità numero 6: Il rischio è di bombardare a caso un presunto deposito di armi dell'ISIS, salvo poi "sbagliarsi" e distruggere una scuola. Oppure mi vengono in mente, ad esempio, le torture e gli abusi perpetrati dalla CIA nei confronti dei prigionieri. Crediamo fermamente che tutte le persone torturate se lo meritassero, che comunque sia stato un sacrificio necessario per il bene del pianeta? Le vite di queste persone che valore hanno? Meno di altre? Ah ma allora forse anche per noi la vita non è un valore poi così importante e universale...

In ogni caso #iononsonoinguerra.

Scrive Paola Caridi: "Noi, noi siamo (stati) in guerra contro di loro. Sulla loro terra. Per anni. Nella presunzione di battere il terrorismo internazionale dell’11 settembre e consegnare un modello di democrazia sui fusti dei nostri cannoni. La colpa più grave di questi tempi, però, è che noi europei siamo in guerra con noi stessi, con quegli stessi valori dietro ai quali razzisti e islamofobi si stanno ora nascondendo. Noi siamo in guerra contro i diritti civili, che nei fatti non riconosciamo a tutti coloro che vivono in Europa. Noi siamo in guerra contro la tolleranza, anzi, contro il rispetto che dobbiamo a ogni essere umano. Noi siamo in guerra contro coloro su cui applichiamo con una ipocrisia senza pari il doppio standard: da noi vige la democrazia, voi vi potete tenere i vecchi e nuovi dittatori che a noi fanno comodo. Noi siamo in guerra contro coloro di cui non riconosciamo la sofferenza: i profughi che stanno morendo di freddo in Libano e Siria, i civili ammazzati dagli eserciti statunitense e britannico in Iraq, i migranti morti annegati nel Mediterraneo, i palestinesi tra le macerie (ora alluvionate) di Gaza".

Banalità numero 7: a proposito di ipocrisie... Tra i "potenti del mondo" che hanno sfilato a Parigi anche Bibi Netanyahu. Tralascio il suo CV, comunque chissà cosa ha da dire sul 22 luglio 1987, quando su un marciapiede di Londra veniva ucciso Naji al-Ali, disegnatore e vignettista palestinese che usava i suoi disegni come strumento di lotta politica nell'ambito della questione palestinese. 
Vi invito a riflettere sul fatto: Netanyahu in prima fila ad una marcia di pace. Il mondo è strano.



Non posso non tirar fuori anche la Banalità numero 8 sulla libertà di stampa, ma giuro che è l'ultima. Fanno un po' sorridere le prese di posizione "senza se e senza ma" a favore della libertà di stampa da parte nostra, che considerata la classifica mondiale siamo al 49° posto, dopo Haiti e Niger. Leggo su 1000 bolle blog e mi trovo d'accordo: "In Italia, nei mesi passati, quando si sono sollevate questioni spinose riguardanti la libertà d’espressione a casa nostra (penso al film La trattativa continua di Sabina Guzzanti, al caso dei cani impiccati a Telejato) nessuno si é preoccupato di difendere il diritto di dire la verità, di cercare di togliere il nostro paese dal Medioevo morale e civile nel quale è piombato negli ultimi vent’anni".
Esatto. I #jesuischarlie de noantri sono quelli che non hanno battuto ciglio quando Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Sabina Guzzanti sono stati marchiati a fuoco dalla mano della democrazia libera, della libertà di stampa che tanto strenuamente difendono.
Il sopracitato Salvini inneggia alla libertà quando una delle sue attività principale nella sua pagina Facebook è bannare chi osa contraddire le sue sparate.




E a questo punto forse ne ho dette anche troppe.
Ma anche no.

mercoledì 15 ottobre 2014

Piacere, mi chiamo Mustafà. Vuol dire Stefano in italiano

Aspetti tristemente il volo di ritorno, e, per non congelarti sotto lo split dell'aria condizionata, ti infili in un negozietto.
No, non al Duty Free, in un bugigattolo di 3 metri per 2 con una quantità di paccottiglia made in China che manco a Shanghai. Hai voglia di spendere qualche euro e cerchi disperatamente con lo sguardo l'oggetto meno kitsch, quando ti scappa una battuta in dialetto veneto: "chissà quanto ch'el spara"

"Noialtri no sparemo"

Ti volti e vedi la tipica faccia solare e sorridente di un nubiano che ti dice "ostregheta, mi so el moro de venessia" e così continua a comporre frasi che tu, cresciuta in una famiglia parlante italiano, ti vergogni di non saper pronunciare.

El  moreto ti spiega che no, non è mai stato in Italia. In realtà non è mai uscito dall'Egitto e ha imparato tutto stando nel bugigattolo di paccottiglia dell'aeroporto. Parla chiaramente anche milanese, napoletano, romanesco e tutti gli altri dialetti italiani, oltre al nubiano, l'arabo, l'inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco e credo anche il russo e il ceco.

Poi si presenta, gli stiamo simpatiche, si capisce da come mi dice "te sì fora come un balcon" e se ne esce con un "Piacere, mi chiamo Mustafà. Vuol dire Stefano in italiano" *.

E lì mi cala la tristezza.

Perché Mustafà, che in egiziano si pronuncia Mustafa con l'accento sulla prima a, ha imparato una decina di lingue per guadagnarsi da vivere, ma l'italiano in vacanza non riesce nemmeno a pronunciare correttamente i nomi dei suoi interlocutori locali. Pochi, di solito, perché l'italiano spesso sceglie villaggi con animazione italiana, separata da quella  "internazionale". No, dico, pure l'acquagym si svolge in 2 piscine: una per gli italiani, una per tutto il resto degli ospiti (tedeschi, russi, cechi, olandesi, egiziani, etc.).

Così Mustafa diventa Mustafà, "perché così è più facile", Maha diventa Maya, Yasmin diventa Jasmin (da pronunciare Giasmin, da reminiscenze disneyane), Ahmed diventa Amedeo, Adel sarà Adelino e Mohamed, il nome proprio più diffuso in Egitto, si trasforma nei più svariati Mario, Alessandro, Francesco.

Tutto per compiacere il turista italico, che non vorrai mica si sforzasse troppo. Nemmeno più i soldi gli fanno cambiare, perché tutti i prezzi sono in euro. Quando gli si chiede il prezzo in lire egiziane vanno in crisi e prendono la calcolatrice. Però ti ringraziano, perché per loro è più facile. E un po' se ne approfittano, ingigantendo il cambio.

Stiamo parlando dello stesso italiano che si lamenta se lo spaghetto è scotto o che mangia per 7 giorni riso bianco con il limone per paura della diarrea. Che appena sente parlare di Mohamed Ali Pasha, sultano ottomano considerato il padre fondatore dell'Egitto, interviene con un puntuale "ah, pensavo il pugile".
Proprio di quell'italiano che al buffet costruisce due piramidi di pasticcini su due piatti di portata e li lascia quasi tutti lì, sul tavolo, a sbeffeggiare i camerieri che fanno doppi turni per mantenere la famiglia.
Lui, che non vuole uscire dal villaggio perché altrimenti gli sparano. Lei, che in gita con la guida non si avvicina nemmeno a un negozio perché teme la stuprino.

Ma gli egiziani ci amano. Tanto. Li ringrazio, ma sinceramente non li capisco.


Una band nubiana moderna che porta la tradizione in giro per il mondo

* P.S. Mustafa non vuol dire Stefano, in italiano
 



venerdì 19 settembre 2014

Buonista: il nuovo insulto

Sotto tutti gli articoli che parlano degli sbarchi dei profughi o dei problemi logistici ad essi legati leggo odio. Puro, semplice, gratuito. Fine a se stesso e non giustificato.
Mi sorge una domanda esistenziale. 

È tutto vero o è la forza dello pseudo anonimato di internet a farlo sbocciare?
Provate a entrare nei profili di chi propaga odio: di solito sono grandi amanti degli animali. Metterebbero nei forni interi Cie, ma lottano fino allo stremo per salvare un coniglio già in fin di vita.
La connessione ancora non l'ho capita e quello che capisco ancor meno è perché scegliere un solo animale a favore di centinaia di esseri umani. Io salverei tutti, potendo. 
Ok, lo ammetto. Mi sembra più meritevole il salvataggio di centinaia di profughi anziché la mobilitazione per un singolo animale, ma ognuno ha i suoi limiti. 
Non sono più intelligente di loro (beh, forse un po'), e, come loro, non ho la soluzione al problema. Sono umana, però, e compassionevole nei confronti degli esseri viventi. Tutti. Ok, escludiamo le zanzare.

Mi sembra di vivere perennemente in un reality, dove per sopravvivere bisogna eliminare un altro. Se salvo uno non posso risparmiare anche l'altro. L'altro deve pagare, e la sua sconfitta è onore e gloria per il salvato e il salvatore.




Quando mi parte l'embolo e decido di lottare contro i mulini a vento, mi mandano in Africa insieme a tutti i miei amici buonisti.
Se si parlava dei posti letto dedicati ai richiedenti asilo in una cittadina di provincia, mi si chiede perché non penso agli italiani che si tolgono la vita per la bancarotta. Ecco. Di solito mi ritiro, a questo punto. Non discutere mai con un idiota, ti fa scendere al suo livello e di solito ti batte con l'esperienza. Lo so, avevo detto di non essere più intelligente di loro. Bugiarda.

"Meglio razzisti che buonisti del cazzo"

È il nuovo leitmotiv ad ogni obiezione. Accompagnato all'accusa di ipocrisia.
Si augurano la morte dei negri di merda, convinti di essere nel giusto.
Se in tutta calma e serenità gli si prova a dire che dovrebbero vergognarsi a dire certe cose e sicuramente non sarebbero molto felici se qualcuno si augurasse la loro, di morte, via di improperi a braccio.



L'insulto non insulto che va per la maggiore è "buonista", o più enfaticamente "buonista del cazzo".
Ora, io non sono famosa nel mio entourage per essere "buona", né tantomeno "buonista". E mi guardo bene dall'apparire tale. Anzi, sono piuttosto intollerante. Acida. A tratti arrogante. Nei confronti di situazioni, atteggiamenti, persone brutte dentro e dal cervello piccolo. Sono sicura che all'interno di un barcone con 200 
profughi ne troverei simpatici 10, ma non vedo perché dovrei consegnare agli abissi gli altri 190.
Così come salverei da morte certa anche chi invoca il ritorno di Mussolini o la reistituzione dei forni crematori. A patto che stessero zitti durante l'operazione di salvataggio, of course.

Non è buonismo, è umanità, è senso civico, è semplicemente utilizzare un paio di neuroni in più nel cervello.
Perbacco, avete fatto incazzare pure Fazio!



mercoledì 2 maggio 2012

Intolleranza ortografica

A discapito dei miei post peace and love e volemose bene, divento sempre più intollerante.
Non sopporto alcune persone che mi stanno intorno, altre che mi guardano di soppiatto e non favellano (o favellano alle spalle), altre ancora che parlano anche troppo e gradirei installassero un filtro tra il cervello e la bocca.
Ultimamente, però, non sopporto nemmeno quando alcune persone comunicano per iscritto.
Non sono un genio né della grammatica né dell'ortografia, anzi, digito con una tastiera azerty e spesso, per pigrizia, metto gli apostrofi al posto degli accenti (e spesso me ne scuso con l'interlocutore). Uso espressioni colloquiali, collego parole che andrebbero staccate, gioco un po' con la lingua. So di farlo con cognizione di causa e licenza poetica (embeh? questo posto è mio e me lo gestisco io e me la tiro pure. Ah, come sono antipatica), ma le regole base cerco di non dimenticarle. Però voi, miei compatrioti residenti in patria, dotati di tastiera pc italiana, perché non prestate un minimo di attenzione?
Perciò ecco che, con arroganza e supponenza, mi permetto di rilevare gli errori più comuni che vedo in giro e urlare così il mio amore per la lingua scritta. Tralascio la consecutio temporum e i congiuntivi, troppo complessi come argomenti da trattare in un blog che si chiama hennanight ;)
Mi concentro sui casi più eclatanti e che mi fanno l'effetto del gesso che fischia sulla lavagna, non so se rendo l'idea.
  • Qui e qua (e nemmeno quo, in effetti :D ) non si accentano.
  • Fa, a meno che non sia imperativo, non vuole l'accento
  • Sto, sta, do, so e va non si accentano. Va' e sta' all'imperativo si scrivono con l'apostrofo e non con l'accento.
  • di egli dà si accenta per non confonderlo con la preposizione da.
  • Il affermativo vuole l'accento.
  • pronome riflessivo vuole l'accento, che si può omettere se è seguito da stesso (se stesso) e non va assolutamente usato nel caso sia una congiunzione.
  • Un po' vuole l'apostrofo, non l'accento.
  • Qual è si scrive senza apostrofo.
  • Il tè e una bevanda, mentre te è pronome, che non si usa mai come soggetto (es. sbagliatissimo "come stai?" "bene, e te?")
  • Dopo un seguito da una parola che inizia per vocale ci va l'apostrofo solo se la parola seguente è femminile. Se è maschile, niente apostrofo. Es.: un amico, un'amica).
  • IO-IA doppia z non ci va, come insegnava la mia maestra delle elementari (es. eccezionale, non eccezzionale; poliziotto, non polizziotto)
  • Da quando ero piccolo, non da quando sono piccolo
  • Donne incinte, non donne incinta
  • Piuttosto che è sinonimo di invece di / invece che, non di oppure.
  • Gli ho detto va bene al maschile, ma al femminile si usa le ho detto.
  • Vi prego, infine, attenzione a ha/a, hanno/anno, e/è.
Avete dei dubbi? L'Accademia della Crusca è lì (con l'accento) per voi.

mercoledì 16 novembre 2011

Perle di saggezza sul velo (pietoso)

A volte mi appassiono delle piccole cose.

Un articolo di repubblica intitolato "Si tolga il velo o esca dal tribunale" linkato e commentato da Metilparaben, un blog che mi piace moltissimo.
Qui lancia una provocazione e si chiede se il giudice si sarebbe comportato allo stesso modo con una suora.


Trovo molto puntuali le sue analisi, ma quello che mi fa davvero spanzare sono i commenti su Facebook dei siti che le ripropongono. Che ridere. Oltre a una discreta chiusura mentale e alla completa mancanza delle più basilari regole grammaticali, noto anche una dilagante difficoltà di apprendimento: se molti si fossero presi la briga di leggere l'articolo, avrebbero visto che non c'è da discutere sul volto che era chiaramente scoperto.

Tralasciando il fatto che di ragioni per portare il foulard in testa, poi, ce ne sono molte: chemio, alopecia, trapianto (il nostro Mr B. è andato in parlamento, con la bandana), vezzo, moda, lutto, etc. etc. anche nella nostra, di cultura.

E vorrei tanto sapere perché la maggior parte degli intervenuti dia per scontato che il volto sia coperto da un burqua o burka (come translitterato comunemente ed erroneamente), dove cavolo li vedono tutti questi volti coperti? Da dove viene tutto questo terrore sconclusionato? Vorrei che ciascuno di loro contasse quanti ne ha visti nella sua vita. Personalmente, io, in Europa, ne ho visti 3 (tre).

Di seguito qualche esempio esilarante:


per fortuna ci sono ancora persone che ragionano!! mi ricordo che passai 2 volte davanti e mi fermarono perché avevo il capuccio!
Davanti a cosa? Al tribunale? Con un capuccio in mano? La prossima volta prova con un macchiato


Ha bene si le suore non hanno il viso coperto e gli stranieri dovrebbero accettare le nostre usanze dato che hanno deciso di venire in italia
(vabbè, troppo facile)


Siamo in ITALIA !!! Finiamola di calare le braghe, se noi donne andassimo nei loro paesi ci dovremmo ADATTARE FORZATAMENTE alle loro barbare usanze !!!! QUINDI PIANTIAMOLA CON QUESTO BUONISCOMO DEL KECIUP che ci porterà alla SOTTOMISSIONE, alla perdita dei nostri valori, alla cancellazione totale della nostra cultura CIVILE !
(quindi io sarei una buonisca del keciup? Fico!)


religione: cancro dell'umanità e del pianeta. Prime nella lista: cattolicesimo, islamismo, religione ebraica. Ci avete rotto il cazzo
(bonjour finesse e non sapevo che l'islamismo fosse una religione)


Dacci anche il nome di questo "signore", cosí che possiamo fargli ricevere i nostri complimenti!
(signore tra virgolette in senso ironico o…?)


scusa ma le suore mica sono mussulman.....e poi sono spose di cristo...hanno pure la vera matrimoniale al dito a volte...eh si e'... sancta romanae ecclesiae docet........
(quanta cristianità in queste parole)


proviamo invece NOI DONNE occidentali ad andare nei paesi musulmani vestite come OVUNQUE VESTIREMMO.... in alcuni posti rischieremmo persino la vita...e qualcuno parla di civiltà di quei paesi? e qualcuno osa dire che l'occidente fà le guer...re ???? e loro che fanno? le peggiori crudeltà le abbiamo viste proprio in quei paesi: CHIEDETELO AI LIBICI, AGLI AFGANI, AI TURCHI, AGLI ARMENI, AI MAGREBINI, AI FILIPPINI....LA LISTA è LUNGHISSIMA
(va bene)


INIZIAMO A PARLARE DI RECIPROCITà O LE REGOLE DEMOCRATICHE VALGONO SOLO DA NOI?????
(e quindi????)


Coloro che criticano la decisione di quel giudice, sono gli stessi che accettano come grande «conquista» la societa' multiculturale che vogliono imporci i grandi poteri sovranazionali e che e' gia' fallita ovunque in Europa. Le regole di un paese e la propria identita' culturale devono essere preminenti e valide per tutti, pena il declino e lo scardinamento del paese.
(attenzione, è un discepolo di
Breivik)

Quando vado in sinagoga mi copro il capo, se no sto fuori. Quando la mia ragazza entra in una moschea si copre le spalle, se no resta fuori. Quando si va in tribunale, ci si leva il velo dal viso. Se no stai fuori.
(tutto giustissimo, a parte non aver letto l'articolo)


ma la suora non ha il volto coperto,state alle nostre regole e vi integrerete
(e tu leggi prima di commentare)


Ma tutti questi "filoislam" non potrebbero andare a fare i cammelieri nel deserto arabico? Loro troverebbero un lavoro, noi ci libereremmo di una buona fetta di idioti rompicoglioni.
(suppongo di essere appena stata categorizzata. Allora rispondo che basandomi su questo concetto resto dove sono, visto che accetto, seppur a fatica, l'esistenza di esseri che la pensano come te)


L'islamismo è una religione del cazzo. Micidiale e distruttrice per le donne. Una vera schifezza
(l'islamismo non è una religione, ma fa niente)


la suora è una professionista,l'interprete no
(detta cosi' è un po' ambigua…)


molte di queste donne musulmane ( e dico molte, perchè non sono certo che sia così per tutte ) quando erano nel loro paese, andavano a capo scoperto. A cosa è dovuta tanta improvvisa "conversione" ?
(questo è un grande)


ooopss.. avevo letto male... si.. allora è stata pura polemica antisemita se nn corrotta da parte del giudice!!
(7+ per l'impegno)


Io invece no e sono d'accordo col giudice. Le suore sono delle religiose e al 100% e' una loro scelta portare il velo. Il velo musulmano e' invece per tutte le donne e in moltissimi casi non e' una scelta delle donne portarlo. Io sono contro a prescindere e ritengo triste e preoccupante incoraggiare e applaudire all'uso del velo.
(mi chiedevo quando sarebbe arrivata quest'osservazione)


Probabilmente una suora invece in un paese musulmano non sarebbe nemmeno potuta entrare....
(grande!)


Non rompete le scatole, sono in italia e dunque l'italia agli Italiani!Se vado nel loro paese mi puntano un fucile dentro il culo e mi fanno fuori solo per il fatto di essere occidentale e di non essere musulmana!!!!!!
(detto da una donna è ancora peggio)


Io cambierò idea, che è l'opposto della tua, quando in un tribunale di un Paese musulmano sarà permesso anche solo l'accesso ad un appartenente ad un'altra religione!!!!
(troppo facile, mi ritiro)


Non mi viene una conclusione degna di queste perle di saggezza. Hanno vinto.
Stendiamo un velo pietoso.

sabato 12 novembre 2011

Tahrir 2 mesi dopo

 Ho sempre rimandato il racconto della mia esperienza a Tahrir del 9 Settembre 2011 perché non mi piace scrivere sull'onda delle emozioni. O meglio, mi viene meglio scrivere sull'onda di emozioni negative.
Se fossi stata una pittrice sarei stata un'espressionista, senza dubbio. All'esame di terza media ho sconvolto i miei prof. che mi avevano sempre data per un'impressionista. Sè, sè.

L'urlo di Munch, 1893
Divagazioni a parte, mi sembra fuori luogo fare quasi due mesi dopo il resoconto di quello che ho visto, sentito e immortalato. Sembra retorico continuare ad affermare che la manifestazione era totalmente laica, che non ho visto più barbuti del solito, che di copti ce n'erano in abbondanza, che uno degli slogan più scanditi era: "cristiani, musulmani: una mano sola".
Che senso avrebbe raccontare che dopo la preghiera del venerdi' hanno fatto un canto sacro cristiano? Che durante la stessa preghiera del venerdi' davanti ad alcuni musulmani c'erano copti che ascoltavano l'imam? Che allahu akbar veniva gridato da tutti insieme perché non è un inno terrorista, ma semplicemente la traduzione in arabo di Dio è grande?


Mi annoio da sola.
Di seguito un po' di foto senza commenti.


















Poi mi viene anche un po' la nausea quando vedo certi commenti su Facebook che sembrano godere di una sottospecie di lotta religiosa che in Egitto non è mai esistita, se non sottoforma di Fitna o di atavici odi tribali. Sissi', ci sono ancora le tribù, che sono preislamiche, e sono anche forse più importanti della scelta confessionale. Ma l'antropologa non sono io, c'è Meg che ne sa a pacchi su questo tema.

Non è un mistero cosa pensi sulla comunità italiana residente a Sharm el Sheikh (restando diplomatica posso dire che non ha la minima intenzione di integrarsi né di conoscere la cultura del paese ospitante) e non sono nemmeno mai stata una fan degli egiziani presenti in loco ("corrotti" dal turismo, in tutte le accezioni possibili e immaginabili).
Se prima della rivoluzione le due comunità convivevano piuttosto pacificamente, a volte in modo parallelo, a volte mescolandosi commercial-amorosamente, ora le trovo più distanti che mai, sebbene accumunate dalla crisi del business: laddove gli egiziani, improvvisamente con una riduzione drastica del lavoro, si rifugiano nella religione in toni piuttosto accesi, gli italiani, mossi dallo stesso motivo, si trincerano nella loro superiorità razziale.

La stessa cosa che succede in Italia, insomma.


Che noia e che nausea. E che terrore.



lunedì 11 luglio 2011

Sapore di Nubia



Sono un po' schifata ultimamente. Da alcuni italiani che parlano d'Egitto, da alcuni egiziani che parlano d'Italia, da alcuni italiani che parlano d'Italia e da alcuni egiziani che parlano d'Egitto.

Beh, anche da molte altre parti dell'umanità, a dire il vero, ma non ci allarghiamo.

Oggi, pero', ho il sapore di Nubia, una regione che non ho ancora visitato, ma che ho respirato attraverso i racconti dei meravigliosi nubiani della diaspora che ho la fortuna di conoscere.

Da turista con la puzza sotto il naso della serie io-viaggio-solo-con-lo-zaino-odio-i-villaggi-tanto più-se-con-animazione-non-mi-parlate-di-visite-guidate al primo spettacolino di danza nubiana in hotel mi sono fiondata nel primo negozio di musica a comprare 5-dico-5 cassette (ah ah, chissà dove sono) cantando i vari motivetti al divertito negoziante.

Poi, com'è come non è, nella vita non si può mai dire e coi nubiani mi sono anche imparentata, ma la cosa davvero bella è che finalmente qualcuno mi ha insegnato i fondamenti della danza nubiana!!!!!!!!!!!!

Ballate con me ;)





Ali Hassan Kuban: il "Capitano" o il "Padrino" della Nubia




Hamza el Din, un'istituzione internazionale della musica nubiana. Non ballabile, ma meditabile :)




Commovente free-style telefonico tra Karam Mourad, nipote di Hamza el Din (vedi sopra), e l'anziano fratello di Mohamed Mounir (vedi sotto), il nubiano più pop e glamour che c'è




Mohamed Mounir, altrimenti detto "El Malek" (il re)

giovedì 30 giugno 2011

Egitto. Non solo la piazza Tahrir del tg


La maggior parte del mio tempo libero lo passo con uno strano hobby: cerco notizie sul web di un paese in evoluzione, dove, miracolosamente, dopo il 25 gennaio 2011, nessun giorno è uguale all'altro.
Un paese che è stato la culla della civiltà, ma che poi si è un po' ripiegato su se stesso, salvo poi dimostrare una superba posizione eretta grazie al vento della primavera araba.

Era da tanto che i media italiani non si occupavano d'Egitto, fino agli scontri nella ormai famosa piazza Tahrir di questi giorni. Scontri di cui io non parlero', perchè c'è chi lo fa molto meglio di me qui e qui.

La cosa cozza con l'insistente passaggio dello spot di promozione del turismo in Egitto. Mi immedesimo nell'italiano medio1: "ah vedi, pubblicizzano l'Egitto, ma il Mar rosso è in Egitto? ma Siarm el Sieík è in Mar Rosso? Ah ecco, si', allora possiamo prenotare, evvai!!! Speriamo che lo Smaila's sia aperto e inviti la Canalis ora che è single". O nell'italiano medio2, meglio conosciuto per quello-che-ne-sa-a-pacchi: "Ah vedi, pubblicizzano l'Egitto, staranno morendo di fame, col casino che hanno fatto. Figurati se ci vado, non si sa mai quello che potrebbe succedere!". O nell'italiano medio3, cioè italiano medio1 a seconda ripresa: "Ma allora Siarm el Sieík non è in Egitto? E quindi posso andare allo Smaila's sperando che invitino la Canalis ora che è single, tanto il Cairo non è sul Mar Rosso, no?" A questi si potrebbe aggiungere anche l'italiano medio4, che crede che le piramidi siano a Sharm el Sheikh , ma potrei continuare all'infinito.
In realtà riesco molto bene ad immedesimarmi anche nell'egiziano medio che aish barra (vive all'estero), che ritiene che nel suo paese la situazione non sia sicura, che oramai basta, la smettano di scendere in piazza, mubarak è caduto, vogliamo i turisti, che pensano che i suoi compatrioti sino dei trogloditi, che si stava meglio quando si stava peggio... etc.

Come dicevo, pero', non voglio parlare di piazza Tahrir - la rivoluzione che continua, ma vorrei portare l'attenzione dei  lettori (tre, considerando che mia mamma è in ferie) su quello che l'Egitto sta vivendo, oltre ai chiarissimi eventi degli ultimi giorni e all'evidente crisi economica che impera.

- i Fratelli Musulmani si sono divisi in diversi partiti: sono arrivati a 5. Forse non erano poi cosi' coesi ed organizzati come sembrava...

- per la prima volta, gli sciiti non vengono picchiati ed arrestati durante una loro festività. Tanto per dire che c'è chi nel mondo si impegna nell'ambito della tolleranza religiosa

- Nilo: il vecchio Mubarak, nella sua sfavillante politica estera con ricchi premi e cotillons, si era dimenticato di un piccolo dettaglio: l'acqua. eh, hai detto niente... l'Egitto, se non si dà una mossa, rischia di essere surclassato da paesi dell'africa nera a cui, evidentemente, si era sempre ritenuto superiore. Ocio, che se ti fregano l'acqua, poi son dolori! Ma la mossa l'Egitto se la sta dando, e dopo 25 anni di rapporti inesistenti, il Primo Ministro Essam Sharaf è andato in visita in Etiopia. Non è una cosa da poco.

- I rappresentanti di 3 chiese copte e molti attivisti copti in egitto hanno respinto la richiesta di protezione internazionale fatta da alcuni egiziani copti al congresso USA, con un linearissimo "i copti sono sotto la protezione dello stato egiziano e musulmani e cristiani in Egitto sono sotto la protezione di Dio, che ha nominato l'Egitto e il suo popolo sia nel Corano, sia nella Bibbia". Che altro dire, se non che dovremmo imparare l'amor di patria da chi è abituato a crescere insieme?

- l'Egitto ha rifiutato i prestiti dell'FMI e della Banca Mondiale, evitando di rimettersi nelle mani dei potenti. Il FMI e la Banca Mondiale sono stati duramente criticati anche durante la rivoluzione, poiché visti come strumenti per fare dell'Egitto un burattino manovrato dalle potenze occidentali. Secondo il Ministro delle Finanze Samir Radwan, l'Egitto non ne ha bisogno, ce la farà con le sue proprie risorse. Chapeau. Peccato solo quei regalini da Qatar e Arabia Saudita... paesi che non mi sembrano esattamente filantropi, ma tant'è, non è da tutti una decisione simile.

Sinceramente, invece che dissuadermi, tutto questo fermento esercita su di me una forza gravitazionale ostacolata solo dal piccolo dettaglio della mancanza di ferie.

venerdì 20 maggio 2011

Ma che italiani e italiani d'Egitto...

Ieri durante un colloquio di lavoro mi chiedevano come ho fatto a integrarmi alle altre culture nelle mie svariate esperienze professionali all'estero. La mia risposta è stata "beh, ho di solito avuto parecchie difficoltà a integrarmi con gli italiani espatriati come me". Quest'affermazione ha chiaramente suscitato alzate di sopracciglia e lunghi commenti scritti (che vorrà dire, non so), però devo ammettere che, a freddo, sorprende un po' anche me.

Ora, non è che voglia per forza fare quella amica dei popoli a tutti i costi, ma l'atteggiamento di certi italiani residenti all'estero mi manda in bestia.
Il senso di superiorità, l'eterna lamentela, la critica caustica sempre a fior di labbra. Il fardello dell'uomo bianco. Sì, abbiamo avuto una storia coloniale da far ridere i polli e giochiamo ora a fare i conquistatori all'estero, contornandoci da tutte le suppellettili del caso, compresi vari ed eventuali schiavetti da vessare a piacimento.
Chiaramente, all'estero fa tutto schifo, niente sarà perfetto come in Italia e il popolo ospitante, essendo tendenzialmente troglodita, non ha proprio i mezzi per capire cosa vogliamo dire.
Da italiana all'estero seguo commenti, punti di vista, osservazioni e timori di altri miei "colleghi" residenti nella mia seconda patria, l'Egitto.

Sono basita.

Prima tutti a seguire la rivoluzione con ammirazione e orgoglio (sí, per un momento sono stati capaci di provare questi sentimenti nei confronti degli indigeni), poi, appena caduto Mubarak, tutti ad aspettarsi un'economia fiorente, strade svizzere, legalità impeccabile, coscienza ecologica che la Danimarca in confronto è una dilettante, donne in bikini come a Rio, baci omosessuali interreligiosi.

Bravi. Complimenti. Chapeau.

Si stava meglio quando si stava peggio. E, in effetti, anche le mezze stagioni non esistono più. La frutta? Acquetta… No, in Egitto no.

Questa è una bellissima analisi della situazione post-rivoluzionaria da una residente al Cairo che scrive per uno dei più importanti quotidiani indipendenti egiziani, Al Masry Al Youm.
L'Egitto E' un casino, ma 1) La cosa non deve sorprendere, 2) Criticare e lamentarsi non giova, 3) Credo che il popolo egiziano abbia bisogno del pieno supporto anche degli stranieri che vivono li', proprio perchè come loro, amano il paese (o almeno così dicono).

Non è vero che Mubarak teneva sotto controllo la situazione, anzi. Usava i suoi burattini come voleva, in pieno stile divide et impera (al fitna, in arabo) e bastone e carota. Gli uomini del regime erano dietro l'attentato di Sharm e quello alla chiesa copta di capodanno. In un paese dove la religione è fonte di legittimazione individuale, il regime la usa come arma, come deterrente e come antidoto. E tutto questo succede ancora, com'è spiegato benissimo qui , qui e qui . Nell'ultimo link segnalato il punto di vista è di Alaa Al Aswani, non ditemi che non lo conoscete. In tutti gli scontri settari che abbiamo visto dopo l'11 febbraio, c'è dietro un macchinoso disegno tessuto da chi è ben lungi da lasciare il potere.
Altro che colpi di coda del regime, c'è tutto ancora dentro mani e piedi.

Sveglia, cari italiani, aprite la mente, gli occhi e le orecchie.


posted by: marghe