sabato 16 marzo 2013

Quant’è profana l’unione tra il sangue e il cielo.



Vennero,
portavano su un piatto rosso la testa dell’orizzonte.
Anche il miraggio fu evocato,
scendeva lontano in un deserto non lontano.
Labbra battevano come fossero campane,
un alchimista distillava l’elisir di lunga vita,
e il sale combatteva il pane.
E’ il banchetto!
sotto un cielo che riversava nettare
in calici simili a teste di morto.
Quant’è profana l’unione tra il sangue e il cielo.

(Adonis - Siggil)

Da qualche tempo una nuvola di questioni mi occupa la testa. Un groviglio intricato e denso, tinto di rosso, affanna la mente oltre che il respiro. Da una parte il colore, dall'altra il grigio. Percorro nuove vie, cerco nuovi modi, mio malgrado mi trasformo. Osservo la muta della pelle che lentamente si distacca, morta, e mi sembra non abbia mai veramente fatto parte di me. Tutto cambia, nulla è cambiato. Mi illudo di scegliere, di poter tenere ogni cosa nel pugno chiuso, stretto, in realtà lascio che ogni cosa avvenga e basta. Osservo la testa e la croce che si alternano sospese nell'aria senza mai toccare terra. Perdo il contatto con la terra. Assetata di leggerezza mi carico di un peso sul cuore che mi tiene ancorata qui, ferma sempre nello stesso punto. Immobile. 
Ho sete.
Portatemi da bere.
Mi guardo riflessa nello specchio, senza trovare il coraggio di rispondermi.
Quant'è profana l'unione tra il sangue e il cielo?